Il governo Meloni rivendica Sigonella: basta automatismi con gli americani
Aerei americani diretti in Medio Oriente bloccati a terra dopo che il Comando Usa aveva comunicato il piano durante il volo, senza alcuna consultazione preventiva con l’esecutivo italiano
Roma ha detto no a Washington. Non è uno strappo, non è una crisi, ma è un segnale che vale la pena leggere con attenzione, perché rivela la mappa dei vincoli entro cui si muove la politica estera italiana nel momento più delicato dall’inizio del conflitto mediorientale.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha bloccato l’atterraggio di aerei militari statunitensi a Sigonella: erano in rotta verso il Medio Oriente, avevano già lasciato le piste di decollo quando il Pentagono ha comunicato il piano ai vertici italiani. Nessuna richiesta preventiva, nessuna consultazione, nessun rispetto delle procedure previste dagli accordi bilaterali firmati nel 1954. Tanto è bastato. I voli sono stati dirottati.
Il capo di Stato Maggiore come terminale della crisi
A segnalare l’anomalia è stato il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, che ha ricevuto il briefing dell’Aeronautica militare e ha allertato immediatamente Crosetto. Il ministro non aveva margini di discrezionalità: pochi giorni prima, in Parlamento, aveva dichiarato esplicitamente che ogni operazione non ricompresa nei trattati avrebbe richiesto un’autorizzazione delle Camere.
La geometria istituzionale era dunque già tracciata. Crosetto ha affidato a Portolano il compito di notificare la decisione al Comando Usa: gli aerei non potevano atterrare perché mancava l’autorizzazione e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva. Caso chiuso, almeno sul piano formale.
Il ministro ha tenuto a precisare — via X — che non vi è “alcun raffreddamento o tensione con gli Usa”. La motivazione è quasi pedagogica: “conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi”. Un modo per dire che la norma è stata applicata, non interpretata in chiave ostile. A Palazzo Chigi hanno fatto eco: i rapporti con gli Stati Uniti “sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione”, e ogni richiesta viene esaminata “caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato”.
La posta in gioco oltre il caso singolo
L’episodio, per quanto tecnicamente risolto, solleva una questione politica di ordine superiore. L’Italia ospita basi americane su tutto il territorio nazionale — da Aviano a Napoli, da Vicenza a Sigonella — e gli accordi bilaterali prevedono una distinzione netta tra ciò che è autorizzato in via strutturale e ciò che richiede invece una procedura caso per caso. Il governo Meloni ha scelto di coinvolgere il Parlamento in quest’ultima categoria, conferendo alla decisione una legittimazione democratica che la rende al tempo stesso più solida e più visibile.
Il problema è che la visibilità, in questo contesto, si traduce in pressione politica. Elly Schlein ha colto l’occasione per chiedere al governo di trasformare il diniego sporadico in “linea politica espressa con chiarezza”. Il Pd non si accontenta del caso Sigonella: vuole che l’Italia si opponga sistematicamente a ogni utilizzo del suo territorio come “piattaforma per la guerra in Medio Oriente”. Filippo Scerra (M5S) alza ulteriormente il tiro, chiedendo che venga negato persino il supporto logistico e di intelligence. Nicola Fratoianni (Avs) è più diretto: “Meloni non muove un passo quando si tratta di prendere le distanze da Trump”.
Meloni tra atlantismo e interesse nazionale
La premier si trova così a navigare in acque che richiedono simultaneamente due posture difficili da conciliare. Da un lato, il rapporto con Washington rimane il pilastro della sua politica estera, e qualsiasi incrinatura — anche quella percepita — ha un costo in termini di credibilità atlantica. Dall’altro, la crisi mediorientale ha progressivamente eroso il consenso interno verso un coinvolgimento italiano nel conflitto, e il governo non può ignorare quella che Schlein definisce “la volontà maggioritaria del popolo italiano”.
Crosetto ha gestito la vicenda con la precisione di chi conosce i codici del diritto internazionale e sa che applicarli non equivale a violarli. Ma la questione di fondo resta aperta: cosa accade se le richieste americane si moltiplicano, se la pressione del Pentagono diventa sistematica, se il Parlamento è chiamato a votare su autorizzazioni che dividono la maggioranza? Il caso Sigonella è un episodio isolato, ma il precedente è già scritto.
