Il piano dell’Opec+ fallisce: aumentare il petrolio non ferma i rincari
Ci sono decisioni che un’organizzazione prende non perché possano cambiare le cose, ma perché non prenderle sarebbe peggio. Il secondo voto consecutivo dell’Opec+ per aumentare le quote produttive di 206.000 barili al giorno — identico nel numero a quello deliberato il 1° marzo, identico nella sostanza simbolica — appartiene a questa categoria. Arabia Saudita, Russia e gli altri sei membri del cartello di Vienna hanno confermato per maggio l’incremento già approvato per aprile, avvertendo però che il ripristino degli impianti petroliferi danneggiati dalla guerra sarà “costoso” e richiederà “molto tempo”. Una riga di comunicato che vale più dell’intera delibera.
Lo Stretto che vale un quinto del mondo
Il nodo è geografico prima che politico. Lo Stretto di Hormuz — il corridoio marino tra il Golfo Persico e il Mare Arabico attraverso cui, prima del conflitto, transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali — è di fatto chiuso. E i Paesi che avrebbero la capacità tecnica di aumentare davvero l’output sono esattamente quelli il cui export passa per quel corridoio: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq. L’aumento di quota approvato a Vienna rischia dunque di restare, nella pratica, lettera morta.
I prezzi di mercato lo sanno già. Il Brent si è attestato intorno ai 109 dollari al barile venerdì, dopo aver toccato quasi 120 dollari il mese scorso. Il WTI ha guadagnato l’11,41% in una sola seduta, chiudendo a 111,54 dollari. Il punto di partenza, il 27 febbraio — un giorno prima degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — era rispettivamente di 72,48 e 67,02 dollari: già ai massimi degli ultimi sette mesi per il solo timore del conflitto. Da allora, la guerra ha fatto il resto.
Cinque settimane che hanno riscritto i mercati
In poco più di un mese il prezzo del barile è quasi raddoppiato. Un’accelerazione che il comunicato dell’Opec+ cerca di inquadrare in termini tecnico-diplomatici, ma che nella realtà dei mercati significa qualcosa di più semplice e più grave: una nuova ondata inflattiva che minaccia carburante per jet, diesel e derivati industriali in tutto il mondo occidentale. La Federal Reserve e la Bce — già alle prese con le conseguenze dei dazi trumpiani — si trovano ora a dover fronteggiare uno choc energetico che nessun modello previsionale aveva incorporato con questa intensità e questa velocità.
Il comitato ministeriale dell’Opec+ ha scelto parole misurate ma inequivocabili: “qualsiasi azione che comprometta la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, sia attraverso attacchi alle infrastrutture sia attraverso l’interruzione delle rotte marittime internazionali, aumenta la volatilità del mercato”. Una dichiarazione che non cita la guerra, ma la descrive con precisione chirurgica. E che — tra le righe — suona come un atto di accusa nei confronti di chi quella volatilità l’ha scatenata.
Trump e la minaccia dell'”età della pietra”
L’accelerazione delle ultime ore porta la firma di Donald Trump. Giovedì, nell’ultimo giorno di contrattazioni prima della pausa pasquale, il presidente americano ha minacciato l’Iran di riportarlo all'”età della pietra”, mandando il WTI a +11% in poche ore. Una retorica che non è nuova per Trump, ma che in questo contesto — con gli impianti del Golfo già parzialmente fuori uso e lo Stretto bloccato — ha un effetto amplificato sui mercati che qualsiasi dichiarazione analoga negli anni scorsi non avrebbe mai prodotto.
Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti, co-promotori dell’operazione militare contro l’Iran insieme a Israele, sono anche il Paese i cui consumatori pagheranno più salato il conto energetico del conflitto. Il prezzo della benzina alla pompa è già in rapida ascesa, e le proiezioni per l’estate — tradizionalmente la stagione di picco dei consumi americani — sono preoccupanti. Una contraddizione che l’opposizione democratica ha già iniziato a capitalizzare, e che potrebbe pesare sull’immagine di un’amministrazione che aveva fatto del contenimento dell’inflazione uno dei propri cavalli di battaglia.
Il cartello elogia chi ha trovato vie alternative
Nel comunicato finale, l’Opec+ ha speso parole di elogio per i membri che sono riusciti a individuare rotte di esportazione alternative allo Stretto di Hormuz. Un dettaglio non trascurabile: significa che alcune alternative esistono — pipeline terrestri, rotte più lunghe attorno alla Penisola arabica — ma che hanno costi logistici e capacità operative nettamente inferiori al corridoio bloccato. La Russia, in questo scenario, è l’unico grande produttore del cartello non direttamente esposto al blocco di Hormuz: le sue esportazioni via Mar Nero, Baltico e Artide restano operative, il che potrebbe rafforzarne ulteriormente il peso contrattuale all’interno dell’alleanza. Il mercato, intanto, aspetta. Non l’esito del prossimo voto Opec+, ma quello del conflitto.
