Il voto che smonta l’orbanismo: Magyar vince, l’Ungheria sceglie l’Europa e ridisegna l’asse del Ppe

L’alta affluenza e il margine netto a favore di Tisza trasformano le parlamentari ungheresi in una resa dei conti con sedici anni di “democrazia illiberale”: Orban ammette la sconfitta, von der Leyen parla di ritorno sul percorso europeo, Magyar annuncia il mandato per riformare il Paese.

Peter Magyar

Peter Magyar

Sedici anni di governo ininterrotto finiscono con una telefonata. Viktor Orban chiama Peter Magyar, gli riconosce la vittoria, e con quel gesto suggella la fine di un ciclo che aveva trasformato l’Ungheria nel laboratorio più compiuto dell'”illiberalismo” europeo. I risultati parziali delle elezioni parlamentari di Budapest assegnano a Tisza — il partito fondato dall’ex fedelissimo di Fidesz diventato il principale catalizzatore dell’opposizione — un vantaggio tale da proiettarlo verso una maggioranza di oltre due terzi nell’assemblea da 199 seggi. Se i numeri dovessero reggere al conteggio definitivo, Magyar avrebbe in mano non solo il governo, ma gli strumenti costituzionali per smantellare l’architettura istituzionale costruita da Orban dal 2010 in poi.

Lo stesso premier uscente ha riconosciuto la portata del colpo parlando ai suoi sostenitori: “I risultati elettorali sono chiari, anche se non definitivi. Questi risultati sono dolorosi per noi.” Parole misurate ma inequivocabili, pronunciate da un leader che aveva personalizzato la campagna fino in fondo, presentandola come uno scontro esistenziale tra stabilità e caos, tra pace e guerra. Magyar ha scelto un registro opposto: ha trasformato il voto in un referendum su corruzione, stagnazione economica, clientelismo e isolamento internazionale. Ha vinto lui.

L’alta affluenza come verdetto

L’ampiezza della partecipazione non è un dato accessorio. Segnala quanto il voto fosse percepito come decisivo da una quota molto ampia dell’elettorato ungherese, e trasforma la vittoria di Tisza in qualcosa di più di una semplice alternanza: è una bocciatura politica dell’intero sistema. Magyar è una figura peculiare nel panorama dell’opposizione europea: non viene dalla sinistra né dall’esterno del potere, ma dall’interno dello stesso establishment orbanista.

Ex marito di Judit Varga, ministro della Giustizia di Fidesz, ha rotto con il partito nel 2024 denunciando corruzione e degrado istituzionale, e ha costruito in poco più di un anno un movimento capace di intercettare un elettorato vasto e trasversale. È questa origine che rende la sua vittoria ancora più bruciante per Orban: non è stato sconfitto da un avversario esterno, ma da qualcuno che conosce il sistema dall’interno.

Bruxelles esulta, i conti con l’Ue si riaprono

La reazione più emblematica è arrivata da Ursula von der Leyen, che su X ha scritto che “questa sera il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria” e che Budapest “ha scelto l’Europa”, come l’Europa “ha sempre scelto l’Ungheria.” La presidente della Commissione ha aggiunto che il Paese “ritorna sul suo percorso europeo” e che “l’Unione diventa più forte.” Dichiarazioni che riassumono con precisione la lettura istituzionale del voto: la possibile fine di un lungo ciclo in cui Orban ha incarnato, dall’interno dell’Unione, il principale fattore di attrito politico e istituzionale.

Per quasi un decennio Budapest ha usato il proprio potere di veto come leva negoziale su dossier cruciali: dal sostegno militare all’Ucraina alle procedure di infrazione per violazione dello stato di diritto, dal controllo sui fondi europei alle nomine nelle istituzioni comunitarie. Quella stagione si chiude con il voto di oggi, almeno in prospettiva. Magyar ha indicato il rientro nella normalità europea come uno degli assi centrali del suo programma.

Il modello che crolla e i conti della destra sovranista

La caduta di Orban ha un peso che va oltre i confini ungheresi anche per un’altra ragione. Il premier magiaro era diventato negli anni un punto di riferimento esplicito per una parte della destra sovranista occidentale: da Donald Trump, con cui ha coltivato un rapporto privilegiato, a Vladimir Putin, con cui ha mantenuto canali aperti anche dopo l’invasione dell’Ucraina, fino ai movimenti nazionalisti europei che ne avevano fatto un modello replicabile. Quella funzione simbolica è ora compromessa. Una “democrazia illiberale” che perde le elezioni con questo margine non è più un modello: è un avvertimento.

Resta ora da capire l’ampiezza definitiva del trionfo di Tisza. Se la maggioranza dei due terzi dovesse essere confermata, Magyar avrebbe in mano gli strumenti per intervenire su nomine negli apparati pubblici, equilibri del sistema giudiziario, assetto del panorama mediatico: tutte le leve attraverso cui Orban ha consolidato il suo dominio in tre legislature consecutive. È per questo che il voto di Budapest viene già letto come un possibile spartiacque storico — non la semplice alternanza tra due coalizioni, ma l’inizio di un tentativo di disfare, pezzo per pezzo, l’architettura del lungo orbanismo.