La solitudine della Premier: dopo la purga, la scommessa di Meloni per non “vivacchiare”
Giorgia Meloni
Palazzo Chigi ha voltato pagina. O almeno ci prova. Il repulisti post-referendum è formalmente chiuso — Bartolozzi, Delmastro, Santanché fuori nel giro di quarantotto ore — e Giorgia Meloni si prepara a quella che i suoi chiamano, con un’espressione che sa di bunker, “la riconnessione con il Paese”. Ma la domanda che circola nei corridoi di Montecitorio è un’altra: dopo la purga, cosa resta?
Donzelli fa il portavoce, Meloni tiene il punto
La prima voce a uscire allo scoperto è quella di Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, uomo macchina del partito e in questa fase anche suo megafono ufficiale. “Meloni non intende vivacchiare, non vuole certo farsi logorare”, dice. Tradotto dal politichese: la premier non ha intenzione di galleggiare sull’onda delle emergenze, né di lasciarsi consumare dall’usura quotidiana del governo. È un messaggio verso l’esterno, ma soprattutto verso l’interno — verso quella pancia parlamentare che dopo il referendum si agita, mugugna, chiede segnali.
Sul piano B — le elezioni anticipate come opzione nucleare — la risposta ufficiale è no. “Oggi no”, precisa però un big di FdI, con quella mezza frase sospesa nel vuoto che dice più del resto: “del domani non c’è certezza”. Il tavolo da rovesciare resta lì, sullo sfondo, come deterrente. Non si usa, ma si mostra.
La resistenza di Santanché: una resa a rate
Il capitolo più lacerante della giornata porta il nome di Daniela Santanché. La ministra del Turismo — la Pitonessa, come la chiamano gli avversari interni con malcelato rispetto — non si è dimessa con la solerzia che Palazzo Chigi si aspettava. E il ritardo ha bruciato.
Per ore FdI ha atteso. Tra i capannelli di Montecitorio giravano voci incontrollate: c’era chi parlava di una trattativa in corso, di un ruolo nel partito a Milano e in Lombardia, di una ricandidatura nella prossima legislatura come contropartita silenziosa. Poi è arrivata la lettera — indirizzata direttamente alla premier, tono ferito, parole scelte con cura chirurgica.
“Ieri forse bruscamente ti ho rappresentato la mia non disponibilità a una mia immediata dimissione”, scrive Santanché, “perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me”. La distinzione che traccia è sottile ma politicamente esplosiva: il referendum è una cosa, il caso Delmastro un’altra. Lei non vuole essere messa sullo stesso piano. “Il mio certificato penale è immacolato”, rimarca. E poi, con la formula dell’obbedienza militare che suona come un atto d’accusa: “non ho difficoltà a dire obbedisco, anche se pago il conto di altri”.
Nella sede di via della Scrofa la reazione è secca. “Ha esagerato. Avrebbe dovuto fare un passo indietro subito, non solo per opportunità politica ma anche per riconoscenza“, è il refrain tra i parlamentari. Quella parola — riconoscenza — fotografa meglio di qualsiasi analisi il codice culturale che regola i rapporti interni a FdI. E un esponente di spicco chiude il cerchio con una previsione cinica: “Ora punterà a fare la vittima”.
Lo Stabilicum: la grande scommessa inceppata
Archiviato il capitolo delle dimissioni, il governo guarda alla sua vera partita di fine legislatura: la legge elettorale. Lo Stabilicum — sistema maggioritario con premio e ballottaggio — è il lascito politico che Meloni vorrebbe consegnare alla storia del suo governo. Ma il percorso è già accidentato.
Forza Italia vuole riaprire il cantiere: abbassare il premio di maggioranza, eliminare il ballottaggio. Sono richieste che nascondono una paura precisa — quella di un sistema che schiacci i partiti minori della coalizione a vantaggio del partito guida. Nella Lega il ragionamento è diverso ma l’esito simile: “non è una riforma che porta consenso”, dice una fonte di via Bellerio, e la diffidenza verso un’ulteriore prova di forza è palpabile. I vertici leghisti hanno dato rassicurazioni formali a FdI — si va avanti, ma con modifiche — il classico impegno elastico che non vincola nessuno.
FdI fa buon viso: “Ascolteremo le proposte del Pd e delle altre forze dell’opposizione, ma non ci tireremo indietro”, ripete un esponente di primo piano. È la tattica del dialogo aperto come schermo: sfilare all’opposizione l’alibi dell’ostruzionismo, tenere il dossier aperto il più a lungo possibile, guadagnare tempo.
Il rebus del successore: tecnico, interim o sorpresa?
Sul fronte ministeriale, un rimpasto vero e proprio non è all’ordine del giorno. Al Turismo potrebbe arrivare un tecnico: circolano i nomi di Giovanni Malagò — ex presidente del CONI, volto riconoscibile, profilo apartitico — e di Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, figura di settore con radicamento territoriale. In alternativa, Meloni potrebbe tenersi l’interim.
Quest’ultima opzione non è solo la più semplice: è anche la più astuta sul piano istituzionale. Tre ministri cambiati in rapida successione potrebbero riaprire tecnicamente la questione della fiducia parlamentare — scenario che Palazzo Chigi vuole evitare come la peste. L’interim concentra il potere sulla premier e chiude la porta a qualsiasi complicazione procedurale. Per via Arenula, invece, circola il nome di Vittorio Corasiniti come possibile capo di gabinetto.
La sfida finale: l’economia come campo di battaglia
La chiusura spetta a un ministro che preferisce l’anonimato ma non la prudenza: “La vera posta in palio sarà l’economia”. È un’ammissione e un attacco insieme. L’ammissione: non ci sono soldi, il margine di manovra è stretto. L’attacco: “voglio vedere qual è l’alternativa del centrosinistra — un conto è fare opposizione, un altro è costruire una piattaforma di governo”.
È la mossa classica di chi si avvicina alla fine della legislatura con le mani non del tutto libere: spostare il confronto sul terreno programmatico, dove l’avversario è ancora diviso e senza una proposta unitaria. “Da qui alle politiche la partita è ancora lunga”, chiosa il ministro. Un avvertimento. O forse una speranza.
