Giorgia Meloni non firmerà il Dpcm che dovrebbe sbloccare gli adeguamenti retributivi dei magistrati, per una spesa stimata in circa 970 milioni di euro. La presidente del Consiglio contesta la priorità di destinare quasi un miliardo alle retribuzioni delle toghe mentre il governo cerca risorse per sostenere l’autotrasporto e impedire difficoltà nella distribuzione delle merci. Ma la vicenda nasce da un contenzioso amministrativo sui criteri di calcolo degli stipendi, avviato contro un decreto del 2021, durante il governo Draghi.
“Non firmerò. Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario”, ha dichiarato la premier all’Adnkronos. Meloni ha motivato la propria posizione con una valutazione sulle priorità della spesa pubblica: “In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”.
La presidente del Consiglio ha quindi richiamato le esigenze dell’autotrasporto. “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”, ha precisato. Meloni si è comunque dichiarata disponibile a incontrare le associazioni rappresentative per cercare una soluzione.
La scelta politica della premier apre un confronto sull’utilizzo delle risorse pubbliche, ma non esaurisce la questione giuridica. Le sentenze amministrative hanno imposto di rivedere i criteri di calcolo delle retribuzioni. Il governo deve ora affrontare sia il problema della copertura finanziaria sia quello dell’esecuzione delle decisioni giudiziarie.
Il meccanismo previsto dalla legge
Gli stipendi dei magistrati non vengono determinati attraverso la contrattazione collettiva. Il loro adeguamento è disciplinato dalla legge e viene effettuato ogni tre anni sulla base degli aumenti medi riconosciuti al pubblico impiego contrattualizzato. L’Istat determina la percentuale di riferimento e la Presidenza del Consiglio la recepisce con un decreto.
Il contenzioso riguarda proprio il metodo utilizzato per calcolare gli incrementi. L’Associazione nazionale magistrati e alcuni magistrati ordinari hanno contestato l’esclusione di determinate componenti retributive dal computo degli aumenti, sostenendo che il procedimento adottato non rispettasse i criteri previsti.
Il punto è importante per distinguere la natura della spesa. L’adeguamento non nasce da una decisione discrezionale del governo di concedere un beneficio alla categoria, ma dall’applicazione di un meccanismo retributivo stabilito dalla legge. Il contenzioso riguarda la correttezza dei calcoli e gli importi conseguenti.
Il decreto contestato risale al governo Draghi
Il primo passaggio decisivo è il decreto del presidente del Consiglio del 6 agosto 2021, relativo al triennio 2018-2020. Il provvedimento fu adottato durante il governo guidato da Mario Draghi, prima dell’insediamento dell’esecutivo Meloni.
Secondo i ricorrenti, il calcolo aveva escluso alcune componenti, tra cui i rinnovi contrattuali del triennio, le indennità di missione e gli arretrati. L’Anm e alcuni magistrati ordinari impugnarono il decreto. In un primo momento il Tar respinse i ricorsi, dando ragione all’amministrazione.
La controversia arrivò quindi al Consiglio di Stato. Con le sentenze numero 6003 e 6004 del 9 luglio 2025, la Settima Sezione riconobbe la parziale illegittimità del decreto e ribaltò la decisione del Tar. I giudici imposero all’amministrazione di rifare i conteggi secondo criteri conformi alle indicazioni contenute nelle pronunce.
La decisione non fissò direttamente tutti gli importi spettanti ai singoli magistrati. Stabilì, invece, che il procedimento di calcolo dovesse essere rivisto, perché il metodo adottato non rispettava pienamente i criteri applicabili.
Anche il triennio successivo finisce davanti al Tar
La controversia non si è fermata al periodo 2018-2020. Il Tar Lazio, con la sentenza numero 14271 del 2026, pubblicata il 14 agosto, ha annullato gli atti alla base dell’adeguamento relativo al triennio 2021-2023, contestando il metodo di calcolo utilizzato dall’Istat.
In questo secondo caso il decreto di recepimento risale al 3 giugno 2024, quando era già in carica il governo Meloni. Il provvedimento aveva fissato l’adeguamento al 6,69%. La circostanza colloca l’atto nell’attuale legislatura, ma non significa che l’esecutivo abbia deciso autonomamente di concedere un aumento di quella misura: il decreto recepiva una percentuale calcolata secondo il procedimento amministrativo allora applicato.
Il Tar ha imposto di rifare i conteggi anche per questo periodo, senza determinare direttamente una nuova percentuale. La revisione riguarda dunque due trienni consecutivi, con effetti economici che si sommano e concorrono a spiegare la dimensione dello stanziamento previsto per il 2027.
La distinzione tra i due decreti è centrale nel dibattito politico. Il primo risale al governo Draghi; il secondo è stato adottato durante la legislatura Meloni, ma applicava un metodo di calcolo successivamente censurato. L’origine del contenzioso non coincide quindi con una decisione dell’attuale premier di aumentare gli stipendi dei magistrati.
Il fondo sentenze e il costo per lo Stato
I circa 970 milioni di euro sono inseriti nel fondo sentenze da 1,9 miliardi previsto nel Documento programmatico di bilancio per il 2027. Si tratta di risorse destinate a coprire obblighi di spesa derivanti da decisioni giudiziarie. Secondo la ricostruzione disponibile, l’anno precedente il fondo aveva finanziato in larga parte il rimborso relativo alla vicenda Tim.
Il principio contabile è lo stesso: quando una controversia si conclude con un obbligo economico a carico dello Stato, l’amministrazione deve individuare le risorse necessarie per adempiere. La natura del beneficiario non cambia l’origine dell’obbligo, che dipende dalle decisioni giudiziarie e dalle norme applicabili.
Questo non significa che il governo non possa discutere l’entità della spesa, verificare i conteggi o scegliere le modalità di copertura consentite dall’ordinamento. Significa, però, che lo stanziamento non può essere descritto soltanto come un regalo deciso dalla maggioranza ai magistrati: è collegato agli effetti economici di un contenzioso amministrativo.
La scelta di utilizzare il fondo sentenze è una decisione di bilancio dell’esecutivo. L’obbligo di rivedere i calcoli deriva invece dalle pronunce. Sono due piani distinti, che devono restare separati anche nella valutazione politica della vicenda.
La posizione dell’Anm sulle responsabilità
L’Associazione nazionale magistrati contesta la rappresentazione degli adeguamenti come un beneficio straordinario concesso alla categoria. Il punto, secondo l’organismo, è che gli importi derivano da un meccanismo legale e da arretrati che avrebbero dovuto essere calcolati e corrisposti correttamente.
La posizione dell’associazione è sintetizzata in una dichiarazione netta: “Le responsabilità di questo esborso sono di chi non ha pagato gli arretrati”. L’Anm distingue così la responsabilità di chi ha impugnato i provvedimenti da quella delle amministrazioni chiamate a effettuare i conteggi e a riconoscere le somme dovute.
L’associazione ha inoltre contestato le cifre più elevate diffuse nel dibattito pubblico. Le stime circolate sui media, infatti, non equivalgono a importi ufficialmente riconosciuti a ogni magistrato e non possono essere utilizzate come se descrivessero una distribuzione uniforme delle somme.
La controversia resta aperta anche sul piano dell’esecuzione. Meloni ha dichiarato di non voler firmare il Dpcm e ha evocato la possibile nomina di un commissario da parte del Consiglio di Stato. L’Anm, dal canto suo, ha annunciato che valuterà gli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento per ottenere l’applicazione delle pronunce.
Cento mila euro non significa un assegno per tutti
Le cifre circolate nel dibattito comprendono componenti differenti. Le ricostruzioni giornalistiche hanno indicato arretrati che potrebbero arrivare a 70mila euro e aumenti annui lordi fino a 20mila euro per i magistrati con maggiore anzianità. Da qui deriva la cifra, spesso rilanciata, di circa 100mila euro.
Questa somma non rappresenta un assegno netto, immediato e uguale per tutti. È una stima che può sommare arretrati una tantum e incremento retributivo annuale. Gli importi effettivi dipendono dalla posizione individuale, dall’anzianità e dai periodi interessati dai ricalcoli.
La platea principale comprende i magistrati in servizio nel 2018, indicati nelle ricostruzioni in circa 10.638 unità, mentre altre stime parlano di circa 11mila persone coinvolte. L’Anm ha contestato gli importi più alti diffusi pubblicamente e ha sostenuto che le somme effettivamente spettanti siano inferiori.
Finché i nuovi conteggi non saranno completati, le cifre individuali devono essere considerate stime e non importi ufficiali definitivi. Anche per questo è necessario distinguere la dimensione complessiva dello stanziamento dalla somma che verrà eventualmente riconosciuta a ciascun beneficiario.
Il confronto politico resta aperto
La vicenda pone una questione politica legittima: se il sistema di adeguamento automatico delle retribuzioni dei magistrati debba essere mantenuto nella forma attuale o modificato per renderlo più coerente con i meccanismi applicati agli altri dipendenti pubblici. È un tema che può essere affrontato dal legislatore, nel rispetto delle garanzie previste per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
Diverso è attribuire all’attuale governo l’origine dell’intero aumento. Il contenzioso nasce dal decreto del 2021 e si è sviluppato attraverso pronunce che hanno imposto di rivedere i conteggi. Il decreto del 2024 appartiene invece alla legislatura in corso, ma recepiva un calcolo amministrativo che il Tar Lazio ha successivamente giudicato illegittimo.
Meloni rivendica il diritto di stabilire le priorità della spesa pubblica e sostiene che quasi un miliardo di euro sia una cifra difficile da giustificare mentre il governo cerca fondi per altri settori. L’Anm richiama invece l’obbligo di corrispondere le somme dovute e attribuisce la responsabilità dell’esborso agli errori nei conteggi e al mancato pagamento degli arretrati.
Il nodo resta quindi duplice: da un lato l’esecuzione delle sentenze e la determinazione degli importi; dall’altro la scelta politica delle coperture e l’eventuale revisione futura del meccanismo retributivo.

