Meloni gioca d’anticipo: taglio al prezzo dei carburanti alla vigilia del referendum sulla giustizia
Mentre i prezzi alla pompa salgono per effetto del conflitto con il regime iraniano, il premier convoca a sorpresa un Consiglio dei ministri e annuncia un taglio di 25 centesimi al litro, accompagnato da sanzioni contro la speculazione, prima di partire per un Consiglio europeo già condizionato dalla crisi internazionale.
Giorgia Meloni
Due fronti aperti, una sola settimana per tenerli entrambi. Giorgia Meloni affronta il caro carburanti con un decreto d’urgenza — 25 centesimi di taglio al litro, sanzioni per i comportamenti speculativi — e lancia parallelamente una campagna video per il referendum sulla giustizia. La decisione arriva alla vigilia di una consultazione che la maggioranza teme possa essere penalizzata dal basso profilo dell’astensione, mentre il conflitto in Medio Oriente pesa sul consenso e rende i cittadini più diffidenti persino verso Washington.
Il decreto: 25 centesimi e sanzioni
La premier convoca a sorpresa un Consiglio dei ministri in serata per dare il via libera a un provvedimento atteso già dalla settimana precedente, ma che — come aveva spiegato lei stessa in Parlamento — richiedeva un periodo di elaborazione più lungo: era necessario valutare “gli introiti derivanti dall’Iva” per “costruire un impatto percepibile dai cittadini.”
Al Tg1 lo sintetizza in modo diretto: si tratta di “un taglio di 25 centesimi al litro”, un intervento che abbassa il prezzo alla pompa e al tempo stesso combatte le speculazioni “introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi”. La misura, dice Meloni, è una “priorità” del governo. Il punto politico è chiaro: dare un segnale tangibile in un momento in cui l’ansia degli italiani è concreta, misurabile, documentata dalle rilevazioni arrivate sul tavolo di Palazzo Chigi.
L’ombra del referendum sulla consultazione
Ormai da settimane il timore dei partiti di maggioranza è che le preoccupazioni economiche degli italiani finiscano per oscurare il referendum sulla giustizia, in programma domenica e lunedì. Il voto è considerato un banco di prova politicamente delicato, e il rischio astensionismo è la vera variabile che agita gli stati maggiori del centrodestra: nella convinzione diffusa che più alta sarà la partecipazione, più solide saranno le chances di vittoria del sì.
In questo contesto si inserisce il video tutorial pubblicato dalla presidente del Consiglio: inquadratura sulla scheda, croce sul sì, messaggio diretto agli elettori. “Non c’è il quorum. Il risultato sarà valido qualunque sia l’affluenza. Questo significa che la differenza la fa chi va a votare” — è il senso dell’appello. Nessuno, pubblicamente, ammette che il decreto e la campagna referendaria siano due mosse di uno stesso disegno. Fuori dai taccuini, però, un esponente dell’esecutivo è più esplicito: “C’è chi sa giocare a dama e fa la sua mossa e chi no.”
Meloni esclude le dimissioni
Sul fronte della tenuta politica, Meloni torna a tracciare una linea netta tra la sorte del governo e l’esito del voto. “Ho già detto che non mi dimetterò” in caso di vittoria del no, e ribadisce di non temere “contraccolpi politici”: i governi cadono quando perdono le loro maggioranze, dice, “e la nostra è solida, lo è stata anche in questa campagna.” Anzi, aggiunge, è il fronte opposto a non essere compatto, con ampie frange della sinistra pronte a votare sì. Parole calibrate, che separano l’identità dell’esecutivo dalla posta in gioco referendaria, provando a rendere il voto una questione di merito — sulla giustizia — e non un giudizio sul governo.
Nel frattempo, Meloni parte per Bruxelles. Al Consiglio europeo la crisi mediorientale sarà inevitabilmente al centro dell’agenda. Lo stesso contesto internazionale che ha fatto salire i prezzi alla pompa e alimentato la diffidenza degli italiani verso le mosse di Washington — verso Donald Trump, verso cui Palazzo Chigi ha sempre tenuto un rapporto di vicinanza, sempre più difficile da gestire pubblicamente — è lo stesso che la premier ha trasformato nel presupposto del suo decreto. La mossa è fatta. Si attende la risposta degli italiani, prima ai seggi, poi alle pompe di benzina.
