Giorgia Meloni non ha commentato l’esito delle elezioni di midterm negli Stati Uniti; a Roma, il governo ha confermato il rapporto con Washington, mentre la sconfitta di Donald Trump riapre interrogativi su Iran e dazi.
Palazzo Chigi ha affidato la posizione ufficiale alla formula “non cambia nulla”: gli Stati Uniti restano un interlocutore privilegiato, a prescindere da chi li guida. Fratelli d’Italia sostiene che le relazioni con Washington debbano seguire il criterio dell’interesse nazionale e produrre vantaggi per imprese e cittadini italiani.
La linea difensiva del partito è di non schierarsi nelle elezioni di altri Paesi. Il dossier elaborato dal centro studi di via della Scrofa afferma che “Fratelli d’Italia non si lascia andare a tifoserie quando si tratta di elezioni in altri Stati”. Il documento attacca anche le opposizioni, accusandole di festeggiare un risultato al quale Pd e M5s non hanno contribuito.
La linea affidata ai parlamentari
La cautela segna una distanza dai primi mesi di entusiasmo per la vittoria di Trump, quando Meloni era stata presentata come un possibile ponte tra Stati Uniti ed Europa. La premier non ha commentato direttamente il voto e ha lasciato ai suoi la risposta politica, dopo gli scontri con il presidente americano che avevano incrinato quella narrazione.
Il dossier di Fratelli d’Italia richiama le tensioni tra Meloni e Trump sulla guerra in Iran e sostiene che il conflitto abbia inciso sull’esito delle midterm. Non offre dettagli sugli episodi che hanno alimentato lo scontro. Il riferimento lega la cautela attuale a un rapporto già segnato da divergenze, oltre che al risultato elettorale.
Gli attriti riaprono il dossier Iran
Antonio Tajani ha ridimensionato il peso del voto sugli equilibri italiani e ha ricordato che il governo ha lavorato anche con l’amministrazione di Joe Biden e il segretario di Stato Antony Blinken. In un colloquio con Il Messaggero, il vicepremier e ministro degli Esteri ha dichiarato: “Mai stati trumpiani. Neanche Giorgia Meloni è una Maga, per carità. Siamo conservatori e io sono berlusconiano”.
Le opposizioni hanno letto le parole di Tajani come una presa di distanza tardiva. Angelo Bonelli, di Avs, ha accusato il centrodestra: “Ora tutti si vergognano del loro passato”.
Stefano Graziano, del Pd, ha chiesto se Tajani si fosse dimenticato dei cappellini Maga e delle cravatte rosse ostentati pubblicamente da esponenti del governo. Enrico Borghi ha ironizzato sul possibile nuovo slogan della destra: “Trump chi?”.
Stefano Patuanelli, del M5s, ha ricordato la partecipazione alle convention, gli slogan ripetuti e le battaglie ideologiche condivise. Ha citato anche il sostegno ai dazi e l’evocazione del Nobel, contestando così la distanza rivendicata ora da Tajani.
Le contestazioni sul passato
La disputa si concentra sulla coerenza della linea del governo: da una parte, Tajani e Fratelli d’Italia descrivono il rapporto con gli Stati Uniti come una collaborazione strategica, distinta dalla vicinanza a un singolo leader; dall’altra, le opposizioni richiamano gesti e posizioni che avevano associato esponenti della maggioranza al movimento di Trump.
Le prossime mosse della Casa Bianca su Iran e dazi restano un’incognita. Il governo italiano rivendica che le decisioni sui rapporti con Washington seguiranno l’interesse nazionale; gli sviluppi su quei dossier potrebbero mettere alla prova questa linea e pesare sul confronto politico in vista delle prossime elezioni italiane.
Le prossime mosse di Washington
Il risultato americano, quindi, non modifica da solo la posizione ufficiale di Palazzo Chigi. La sua tenuta politica dipenderà anche da come l’esecutivo gestirà le divergenze con Trump e dalle ricadute delle sue decisioni su imprese e cittadini italiani.

