Meloni in Parlamento: “Il referendum non è la fine, è l’inizio”. No rimpasto e elezioni anticipate e annuncia un piano casa
Cinquantatré minuti tra Camera e Senato per chiudere la fase più difficile del governo: la presidente del Consiglio tocca la crisi energetica internazionale, risponde alle accuse sui legami con la camorra e promette interventi sul lavoro povero.
Giorgia Meloni
Cinquantatré minuti, Camera e Senato. Tanto è bastato a Giorgia Meloni per tentare di raddrizzare la narrazione dopo la settimana più difficile del suo governo: il referendum sulla separazione delle carriere perso, tre ministri costretti alle dimissioni, il centrodestra ammaccato e le opposizioni a fiutare sangue.
La presidente del Consiglio ha scelto lo strumento dell’informativa parlamentare — non le comunicazioni formali, che avrebbero previsto un voto — per trasmettere un messaggio politico preciso: il governo è vivo, non si rimpasta, non si va a elezioni anticipate, e lei non scappa.
Non è una scelta casuale. Presentarsi per un voto di fiducia avrebbe significato ammettere una crepa nella tenuta della maggioranza.
Invece Meloni ha preferito il registro della continuità, quasi provocatoria: “La fiducia non è mai venuta meno”, ha ricordato, evocando il 25 ottobre 2022, quando chiese quella stessa fiducia con un discorso durato 70 minuti. Oggi ne bastano 53 per dire che nulla è cambiato. O almeno, che lei vuole far credere che sia così.
Il referendum come trampolino, non come tomba
Il cuore politico dell’intervento è nella reinterpretazione della sconfitta referendaria. “Un ‘sì’ ti conferma, ma un ‘no’ ti riaccende”, ha detto Meloni, in quello che suona più come un autoconvincimento pubblico che come un’analisi fredda. La bocciatura della riforma della giustizia è definita “un’occasione persa”, ma subito archiviata: vietato parlare di “fase 2, 3 o 4”. Il governo, insiste la premier, “non si è mai fermato”.
Le dimissioni di Daniela Santanché, Giulia Bartolozzi e Andrea Delmastro — chieste dalla stessa Meloni nonostante avessero, a suo dire, “lavorato bene” — vengono giustificate come un atto di responsabilità nazionale: “Ho voluto ancora una volta anteporre l’interesse della nazione a quello di partito”. È la classica operazione di controllo del danno trasformata in virtù politica.
La tentazione delle elezioni anticipate, Meloni la nomina solo per escluderla con una certa ostentazione. “Probabilmente sarebbe convenuto invocarle, per giocare sull’effetto sorpresa”, ammette. Ma poi aggiunge: “Non scapperemo, non indietreggeremo, non ci metteremo al riparo facendo pagare ai cittadini il prezzo dei soliti giochi di palazzo”. Il messaggio è doppio: rassicura la maggioranza e attacca chi, nell’opposizione, sperava in uno scioglimento anticipato.
Schlein nel mirino, l’Antimafia come scudo
Alle opposizioni Meloni si rivolge con tono di sfida esplicita — e usa proprio questa parola. Le invita a confrontarsi “nel merito”, su crisi internazionale, energia, economia. Salvo poi lamentarsi, al Senato, di non aver sentito dai banchi dei deputati altro che “improperi, insulti e demagogia”. L’attacco più diretto è riservato a Elly Schlein, chiamata in causa sul tema dell’occupazione: la premier la accusa, in sostanza, di usare i numeri in malafede.
Sul fronte delle accuse di contiguità tra Fratelli d’Italia e il clan camorristico dei Senese, Meloni passa al contrattacco con una mossa che mescola il personale al politico. Tira in ballo il padre — “morto e che non vedo da quando avevo 11 anni” — parla di “palate di fango” e chiede alla Commissione Antimafia di indagare i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata “nei partiti politici, Fratelli d’Italia compreso”. È una risposta che ha il sapore della sfida preventiva: se siete pronti a indagare tutti, noi non abbiamo paura.
Sicurezza, casa e fisco: l’agenda dell’anno finale
Con un anno scarso di legislatura davanti, Meloni ha tracciato alcune priorità. Sulla sicurezza e l’ordine pubblico ha detto di non essere “soddisfatta” — una frase che molti nell’opposizione hanno letto come una frecciata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, già al centro di polemiche per la relazione con Claudia Conte, e al quale la premier ha di recente rinnovato la fiducia. Poi gli annunci, preceduti da una cautelosa premessa anti-populista: niente promesse “roboanti”, la coperta finanziaria è corta.
Nel concreto: misure contro il “lavoro povero” in vista del Primo maggio, un Piano Casa da oltre centomila abitazioni — tra alloggi popolari e prezzi calmierati — da realizzare nei prossimi dieci anni, e l’impegno a “ridurre il carico fiscale a cittadini, famiglie e imprese” nella prossima legge di bilancio, “compatibilmente con il quadro della finanza pubblica”. Tre obiettivi volutamente generici, ma politicamente riconoscibili: lavoro, casa, tasse. Il vocabolario del centrodestra che torna alle origini quando sente il vento girare.
