Messico, El Mencho è morto: il signore della droga aveva sfidato elicotteri e ministri per trent’anni
Con la neutralizzazione del fondatore del CJNG a Jalisco si apre la corsa alla successione: tra i candidati figurano la ex consorte, una figlia con passaporto americano e il figliastro alla guida del braccio armato.
Nemesio Oseguera Cervantes detto El Mencho
Nemesio Oseguera Cervantes aveva 59 anni, una taglia federale americana da quindici milioni di dollari sulla testa e la capacità, rara tra i capi del crimine organizzato, di restare nell’ombra per decenni. Ieri un’operazione militare lo ha raggiunto in Messico. Con lui cade l’ultimo grande padrino di una stagione del narcotraffico che aveva già visto Joaquín “El Chapo” Guzmán e Ismael “El Mayo” Zambada — i vertici del cartello di Sinaloa — arrestati ed estradati negli Stati Uniti. Finisce un’era. Ne comincia un’altra, più incerta e per certi versi più pericolosa.
La biografia di Oseguera è la parabola classica del crimine organizzato messicano: origini povere nello Stato di Michoacán, emigrazione negli Stati Uniti, condanna per traffico di eroina negli anni Ottanta, deportazione e ritorno in patria con un curriculum penale e una rete di contatti già formati. Si unisce al cartello Milenio, impara, osserva, poi nel 2011 fonda la propria organizzazione nello Stato di Jalisco. Il Cartello di Jalisco Nuova Generazione — CJNG nelle iniziali spagnole — nasce sulle ceneri di un gruppo paramilitare, i cosiddetti Mata Zetas, che dal 2007 al 2011 aveva condotto una campagna di sangue contro il cartello rivale Los Zetas, lasciando decine di corpi nelle strade di Veracruz.
Da Veracruz a tutto il Paese: l’ascesa del CJNG
In pochi anni il CJNG supera i limiti territoriali di Jalisco e si installa su quasi tutto il territorio nazionale. Il metodo è quello della forza bruta applicata con logica militare: nel 2015 il cartello abbatte un elicottero dell’esercito con un lanciarazzi; l’anno seguente tende un’imboscata alle forze di sicurezza a Jalisco, provocando decine di morti tra polizia e personale militare. Nel 2020 ordina un attacco in piena regola al capo della polizia di Città del Messico, Omar García Harfuch: tre morti, il funzionario ferito, la capitale sotto choc. Non è il comportamento di un cartello che cerca di evitare lo Stato. È il comportamento di un’organizzazione che intende sfidarlo apertamente.
Le attività del gruppo spaziano dal traffico transfrontaliero di droghe e armi all’estorsione sistematica, dalla tratta di esseri umani al furto organizzato di carburante e minerali. Nel 2025 il Dipartimento di Stato americano classifica formalmente il CJNG come organizzazione terroristica transnazionale: una qualifica che apre la strada a sanzioni e strumenti giuridici di contrasto finora inapplicabili. El Mencho, nel frattempo, vive nell’invisibilità. Raramente fotografato, con una vita privata tenuta lontana dai riflettori, era diventato una figura quasi mitica: conosciuto da tutti, avvistato da pochissimi.
Chi eredita il cartello: cinque nomi in lizza
La sua morte ha aperto immediatamente la questione della successione. Le autorità federali e gli analisti della sicurezza sono concordi su un punto: non esiste un delfino designato. Esistono invece almeno cinque figure interne alla struttura criminale che potrebbero aspirare alla guida, con profili, risorse e livelli di consenso interni molto diversi tra loro.
La prima in ordine di attenzione mediatica è Rosalinda González Valencia, ex moglie di Oseguera e membro di una famiglia — i Valencia — che ha fondato Los Cuinis, il braccio finanziario e antiriciclaggio del cartello. Nota negli ambienti come La Jefa, è stata più volte arrestata, l’ultima nel novembre 2021 a Zapopan per mano dell’esercito. Rilasciata nel 2025 per buona condotta, mantiene oggi un profilo basso ma resta altamente monitorata. Il matrimonio con El Mencho si era concluso legalmente nel settembre 2018, ma i legami con l’organizzazione non si sono mai recisi.
Tra i figli della coppia, Rubén Oseguera González — il primogenito, noto come El Menchito — sconta l’ergastolo in un carcere federale americano e può essere escluso dal novero dei successori. La figlia minore, Laisha Michelle, è considerata persona di interesse dalle autorità, ma mantiene un profilo troppo defilato per aspirare alla guida. È la secondogenita, Jessica Johanna Oseguera González, 39 anni, nota come La Negra, la candidata più accreditata in ambito familiare.
“La Negra”, cittadina americana con un patteggiamento alle spalle
Jessica Johanna è nata a San Francisco ed è titolare della doppia cittadinanza, americana e messicana. Cresciuta in Messico, ha studiato all’università di Guadalajara. Nel febbraio 2020 è stata arrestata a Washington mentre si recava all’udienza penale del fratello: cinque capi d’imputazione per affari condotti nell’ambito del cartello, patteggiamento su tutti e cinque, condanna a trenta mesi. Ne ha scontati venticinque ed è stata rimessa in libertà all’inizio del 2022. La sua posizione attuale è ignota alle autorità. La cittadinanza americana, la formazione, la capacità dimostrata di muoversi tra i due Paesi la rendono, agli occhi degli analisti, un profilo atipico e per questo difficile da inquadrare.
Al di fuori della cerchia familiare, due nomi spiccano con particolare evidenza. Il primo è Juan Carlos Valencia González, figliastro di El Mencho e noto come El 03: identificato come il secondo nella catena di comando, è ritenuto l’uomo chiave del Grupo Élite, il braccio armato del CJNG. Il secondo è Hugo Gonzalo Mendoza Gaytán, El Sapo, descritto come il più fedele braccio destro del capo caduto, con una rete di rapporti trasversali tra operatori e familiari dell’organizzazione che gli garantirebbe un’influenza difficile da scalzare. Completano il quadro Audias Flores Silva (El Jardinero), Ricardo Ruiz Velasco (El Doble R) ed Heraclio Guerrero Martínez (El Tío Lako), tutti con ruoli operativi consolidati in regioni strategiche sotto il controllo del cartello.
Il rischio reale: non il vuoto, ma la frantumazione
Il pericolo che gli esperti di sicurezza indicano come più immediato non è l’assenza di un capo, ma la presenza di troppi pretendenti. In assenza di una successione ordinata — circostanza rara nelle organizzazioni criminali violente — la competizione per il controllo di rotte, territori e risorse economiche tende a degenerare in conflitto interno. Le fazioni affini si scindono, le alleanze si ridisegnano, la violenza si moltiplica. Le autorità federali hanno già rafforzato la sorveglianza nelle aree considerate a maggiore rischio e monitorano l’evoluzione della transizione con la consapevolezza che le prossime settimane saranno decisive.
La morte di El Mencho chiude un capitolo del narcotraffico messicano. Ma la storia che si apre — quella della riconfigurazione del comando nel cartello più potente e ramificato del Paese — è già cominciata, e i suoi contorni restano, per ora, deliberatamente opachi.
