Il governo porta al Vinitaly il conto della guerra: Meloni: l’Europa sospenda Patto stabilità
La premier avverte che sottovalutare l’impatto della crisi sarebbe “un errore enorme”; Salvini quantifica il problema con il miliardo già stanziato sul gasolio e mette in guardia sui rischi per il turismo estivo e il trasporto aereo.
Giorgia Meloni
Verona diventa il teatro inatteso di un ultimatum politico a doppia voce. Dal Vinitaly, Giorgia Meloni chiede all’Europa di sospendere il Patto di stabilità prima che la crisi energetica innescata dal conflitto in Iran diventi irreversibile; Matteo Salvini spinge oltre, evoca la Francia col deficit al 5% e annuncia che l’Italia potrebbe agire da sola. Due registri diversi, una pressione coordinata su Bruxelles.
La premier e il monito europeo
“Penso che l’Europa farebbe un errore enorme di valutazione se pensasse di muoversi troppo tardi”: con queste parole Giorgia Meloni ha sintetizzato lunedì, a margine del Vinitaly, la posizione italiana sul dossier energetico. La richiesta è netta: “sospensione del Patto di stabilità”. Non una flessibilità, non una deroga temporanea negoziata in silenzio nelle stanze tecniche di Bruxelles — una sospensione esplicita, evocata pubblicamente dal capo del governo in uno dei contesti più visibili del calendario fieristico italiano.
Il ragionamento della premier è strutturato su due livelli. Il primo è difensivo: l’impatto della guerra in Iran sui mercati energetici rischia di essere sottovalutato dalle istituzioni europee, che si muovono con i tempi della burocrazia mentre le famiglie e le imprese subiscono in tempo reale. Il secondo è strategico: la pressione economica sulla Russia, rimasta nel discorso pubblico come cornice esplicativa della questione gas, va mantenuta perché “è l’arma più efficace per costruire pace”. Su Claudio Descalzi, il numero uno di Eni che aveva sollevato il tema del bando sul gas russo, Meloni ha usato toni misurati ma chiari: “Capisco il suo punto di vista, ma dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo”.
Salvini alza la posta e chiama in causa Bruxelles
Sul fronte leghista il registro è stato sensibilmente diverso. Matteo Salvini ha parlato di “blocco del costo energia per famiglie e imprese” come misura già in elaborazione, ha annunciato la partenza di Giancarlo Giorgetti per Washington e ha messo in chiaro che la richiesta non è assistenziale: “Non chiediamo a Bruxelles favori o regali, chiediamo di derogare dai vincoli europei che non ci permettono di aiutare gli italiani”.
Il vicepremier leghista ha poi esplicitato una soglia temporale — “nel giro di pochi giorni” — oltre la quale l’Italia valuterebbe di “intervenire da soli”. Il riferimento alla Francia come precedente tollerato, con il deficit “già al 5%” rispetto al 3% italiano, è il classico argomento di legitimazione comparativa che la Lega utilizza ogni volta che vuole allentare la pressione sui vincoli di bilancio senza assumersene esplicitamente la responsabilità.
Sul tema del turismo estivo e del trasporto aereo, Salvini ha aggiunto un elemento concreto spesso trascurato nel dibattito sull’energia: l’aumento del carburante aereo rischia di colpire un settore — il turismo internazionale in entrata — che nella stagione estiva vale miliardi di euro per l’economia italiana. Il miliardo già stanziato sul gasolio è stato presentato come prova di buona fede, non come soluzione sufficiente.
La geometria politica di un messaggio doppio
La scelta di usare il Vinitaly — fiera dell’agroalimentare, non vertice economico — come piattaforma per questa offensiva su Bruxelles non è casuale. È un contesto mediatico ad alta visibilità, con un pubblico di imprenditori e produttori che misura ogni giorno sulla propria pelle il costo dell’energia. Il messaggio è rivolto tanto a Bruxelles quanto a quella platea.
La differenza di tono tra Meloni e Salvini è, in questa chiave, funzionale. La premier fornisce la cornice istituzionale e la credibilità internazionale alla richiesta; Salvini introduce la minaccia dello sforamento unilaterale, che abbassa il prezzo politico di una eventuale deroga che Bruxelles dovesse accordare. È il meccanismo del “poliziotto buono e cattivo” applicato alla diplomazia fiscale europea: Meloni negozia, Salvini preme.
Resta da vedere se la Commissione von der Leyen — già alle prese con una situazione geopolitica in rapida deteriorazione — sceglierà di anticipare una flessibilità che nelle settimane scorse aveva escluso, o se attenderà che la pressione politica degli Stati membri raggiunga una massa critica sufficiente a giustificare un cambio di rotta. Il punto critico, come ha detto la stessa Meloni, è la tempistica: agire in ritardo, in questa fase, potrebbe rivelarsi un errore difficile da correggere.
