I Democratici si apprestano a conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di midterm americane di oggi martedì 3 novembre. Secondo il Cook Political Report, il partito potrebbe arrivare a 240 seggi su 435, il livello più alto dal 2009, mentre i Repubblicani rischiano di perdere il controllo di uno o entrambi i rami del Congresso.
Gli americani eleggono tutti i 435 membri della Camera, in carica due anni, e 35 dei 100 seggi del Senato, oltre a due posti suppletivi in Florida e Ohio lasciati vacanti da Marco Rubio e JD Vance. In 36 Stati e tre Territori si vota anche per il governatore. Storicamente il partito del presidente perde seggi alla Camera in 18 midterm su 20 dal 1946, una ricorrenza del 90% dei casi che rende fisiologico il rischio di “anatra zoppa” a metà mandato.
Sondaggi e numeri chiave
Il Cook Political Report, storicamente affidabile, assegna ai Democratici 222 seggi sicuri e ne vede altri 18 contendibili con discrete chance. Attualmente i Repubblicani controllano 218 seggi (più un indipendente) contro 214 dei Democratici. Al Senato, dove i Repubblicani partono da 53 a 47, l’opposizione deve conquistare almeno quattro seggi per rovesciare la maggioranza.
Il tasso di approvazione di Trump è sceso al 36% secondo il New York Times/Siena Research Institute e al 32% secondo Reuters/Ipsos concluso il 26 ottobre. Il 59% degli intervistati disapprova la sua gestione. Quasi la metà degli elettori registrati indica il costo della vita come priorità di voto. I prezzi sono saliti del 3,7% annuo a settembre, mentre i salari orari sono cresciuti solo del 3%. Il prezzo medio della benzina nel secondo mandato di Trump supera quello dell’era Biden a causa del conflitto con l’Iran entrato nel nono mese.
Pressione sull’economia quotidiana
Trump, dalla Georgia il 24 ottobre, ha dichiarato: “Non me ne importa nulla” se i media dicono che la gente soffre al benzinaio, perché “stiamo facendo una fortuna pazzesca” con i prezzi del petrolio. “Il business del petrolio e del gas degli Stati Uniti sta facendo centinaia di miliardi di dollari”, si è vantato. La Casa Bianca ha incentrato la campagna sulla figura del presidente. “Non sono sulla scheda elettorale, ma è come se ci fossi”, ha affermato durante un recente comizio.
Un alto responsabile della campagna repubblicana, in contatto con l’organizzazione politica di Trump, ha riconosciuto: “Non abbiamo scelta. Siamo bloccati sulla stessa barca con lui, che ci piaccia o meno. Quando la marea sale, tutte le barche vengono sollevate. Ma gli unici che sembrano convinti che la marea stia salendo sono quelli della Casa Bianca”.
Dal 1° settembre i Democratici e i loro alleati hanno speso oltre 163 milioni di dollari in spot televisivi che menzionano Trump, secondo un’analisi dell’Associated Press basata sui dati di AdImpact. Molti di questi spot accusano i candidati repubblicani di anteporre Trump agli interessi degli elettori su dazi e guerra in Iran. Un sondaggio Nbc News rileva che oltre il 40% degli elettori intende usare il voto per inviare un segnale di opposizione al presidente, percentuale superiore al 38% del 2018, al 35% del 2022 contro Biden e al 37% del 2006 contro Bush. Meno del 30% dichiara di voler esprimere un segnale di sostegno.
Sfide decisive al Senato
I Democratici risultano nettamente favoriti solo in Carolina del Nord, dove l’ex governatore Roy Cooper sfida il repubblicano Michael Whatley. Sette altre corse restano incerte secondo il Cook Political Report. Nella maggior parte di queste sfide i Repubblicani stanno investendo più risorse dei Democratici, in particolare in Texas e Ohio. Secondo le medie del Washington Post, i Democratici sarebbero in leggero vantaggio in tutte e sette, anche se il distacco rientra spesso nel margine di errore.
In Alaska l’ex deputata democratica Mary Peltola sfida il senatore Dan Sullivan, che punta al terzo mandato in uno Stato colpito dall’aumento del gasolio. La competizione è complicata dalla candidatura di Daniel J. Sullivan Jr., insegnante in pensione, accusato dai repubblicani di fungere da “esca”. Trump aveva vinto qui nel 2024 con 13 punti di margine.
In Iowa la deputata Ashley Hinson affronta il deputato statale Josh Turek. Hinson ha dichiarato che sosterrà Trump sulla sicurezza delle frontiere ma non esiterà a opporsi se le politiche risultassero inadatte allo Stato. Turek si è definito “orgogliosamente un moderato”. Gli agricoltori, blocco elettorale chiave, dipendono dal gasolio; a meno di due settimane dal voto Trump ha annunciato 8 miliardi di dollari in pagamenti una tantum. Trump aveva vinto con 13,2 punti.
In Kansas Adam Hamilton, pastore metodista che si presenta come moderato, sfida il senatore Roger Marshall in uno Stato dove nessun democratico conquista un seggio al Senato dal 1932. I repubblicani hanno rilanciato vecchie dichiarazioni di Hamilton a sostegno di Black Lives Matter. Trump aveva vinto con 16 punti; i vertici del Gop hanno dirottato risorse dalla Carolina del Nord per sostenere Marshall.
Altre corse in bilico
In Maine la senatrice Susan Collins punta al sesto mandato contro Troy Jackson, democratico progressista entrato in corsa a luglio dopo il ritiro di Graham Platner. Lo Stato ha subito le ripercussioni della guerra commerciale con il Canada; l’amministrazione ha revocato alcuni dazi al 50% a partire dal 30 ottobre per sostenere Collins.
In Michigan il progressista Abdul El-Sayed, figlio di immigrati egiziani, sfida l’ex deputato Mike Rogers dopo aver vinto le primarie contro l’establishment democratico. Trump lo ha definito “jihadista” in un comizio a Port Huron. Rogers ha preso le distanze dal presidente sulla guerra commerciale con il Canada, che colpisce l’industria automobilistica. Trump aveva vinto di un solo punto nel 2024.
In Ohio Sherrod Brown tenta il ritorno dopo la sconfitta del 2024 contro Jon Husted, nominato per sostituire JD Vance. La sfida ha superato i 360 milioni di dollari di spesa. Brown attacca Husted sui data center; Husted critica la carriera cinquantennale di Brown. Trump aveva vinto con 11 punti.
In Texas James Talarico sfida il procuratore generale Ken Paxton. I Democratici non vincono un seggio senatorio dal 1988. I repubblicani hanno già speso 300 milioni. Paxton ha attaccato Talarico su clima e consumo di carne; Talarico lo ha definito “il politico più corrotto del Texas”. Trump aveva vinto con quasi 14 punti, ma le operazioni dell’Ice potrebbero spostare elettori latini.
Effetti sul Gop e sulla successione
Una sconfitta limitata alla sola Camera permetterebbe a Trump di contestare i risultati e rilanciare accuse di irregolarità. Una debacle con cinque o più seggi persi al Senato renderebbe più difficile liquidare il voto come incidente e potrebbe spingere governatori e aspiranti candidati a costruire un’identità autonoma dal trumpismo. Riccardo Alcaro, dell’Istituto Affari Internazionali, ha osservato che la questione centrale per i Repubblicani sarà capire se la sconfitta sia un incidente elettorale o un segnale della necessità di emanciparsi da Trump.
Il voto apre la corsa al 2028. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato. Vance ha costruito parte della propria identità sulla critica agli interventi militari prolungati e agli impegni in Europa; ha assunto un ruolo importante nei tentativi negoziali con Teheran. Rubio proviene da una tradizione più favorevole alla leadership internazionale e a una linea dura verso gli avversari strategici; ha difeso più apertamente l’opzione militare contro l’Iran.
Implicazioni sulla politica estera
Un Congresso democratico potrebbe bocciare nomine, condizionare stanziamenti e aprire indagini, ma Trump conserverebbe ampi poteri in politica estera, il diritto di veto (superabile solo con i due terzi) e la facoltà di disporre ordini esecutivi. Philip Bushman, del Japan Institute of International Affairs, ritiene possibile uno spostamento del baricentro verso la diplomazia e la sicurezza, come avvenne dopo le midterm del 2006 quando George W. Bush decise un aumento delle truppe nonostante l’opposizione democratica.
Sull’Iran Trump ha dichiarato l’8 ottobre di non ordinare nuovi attacchi prima del 3 novembre. Reuters aveva riferito a settembre che i consiglieri erano orientati a evitare un’escalation in prossimità del voto. Il senatore democratico Chris Murphy ha dichiarato a Foreign Policy che una nuova maggioranza dovrebbe subordinare i finanziamenti militari alla cessazione delle ostilità se il conflitto fosse ancora in corso nel 2027.
Sull’Ucraina i Democratici potrebbero tentare di ripristinare aiuti militari e limitare la discrezionalità sulle sanzioni. Il 16 ottobre Trump ha sospeso gran parte delle misure previste dalla legge sulle sanzioni contro Mosca approvata a settembre con sostegno bipartisan. I negoziati con Putin e Zelensky resterebbero nelle sue mani; ambienti ucraini temono una pressione accelerata su Kiev.
Cina, Taiwan e Corea del Nord
Il vertice di settembre tra Trump e Xi Jinping ha avviato una fase di stabilizzazione, ma le divergenze su commercio, tecnologie e Indo-Pacifico restano profonde. Wu Xinbo, direttore del Centro di studi americani dell’Università Fudan, ha osservato che un Congresso democratico potrebbe aumentare le pressioni su diritti umani, investimenti cinesi e Taiwan. Trump mantiene sospesa l’approvazione di un pacchetto di vendite militari all’isola da circa 14 miliardi di dollari. Una maggioranza democratica potrebbe spingere per sbloccarlo.
Sulla Corea del Nord un negoziato rappresenterebbe un ambito di maggiore autonomia. Il Japan Institute of International Affairs segnala il rischio di un accordo limitato al congelamento di capacità nucleari e missilistiche orientato alla protezione del territorio americano più che alle minacce contro Giappone e Corea del Sud.
Sulla Nato una vittoria democratica potrebbe rafforzare l’opposizione a riduzioni della presenza militare in Europa, senza diminuire la pressione sugli alleati perché aumentino la quota di spesa. Un rapporto dell’European Council on Foreign Relations di settembre evidenzia discrepanze anche all’interno del Partito democratico sul futuro della politica estera americana.
La vera conseguenza delle midterm potrebbe essere la ridefinizione dei rapporti tra Casa Bianca e Congresso e l’apertura della battaglia su quale linea di politica internazionale sopravviverà alla presidenza Trump dopo il 2028. Un accordo con Putin, un compromesso con Xi o un’intesa con Kim Jong-un potrebbero suscitare resistenze proprio tra i repubblicani, mentre il confronto tra Vance e Rubio renderebbe più visibili le diverse anime della politica estera conservatrice.

