“Non durerà”: Trump scarica il nuovo leader supremo iraniano prima ancora di trattare

Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah eliminato il primo giorno di guerra, è stato designato guida dell’Iran mentre il presidente americano moltiplicava le dichiarazioni ostili su NBC, Fox e New York Post, lasciando intendere un destino già scritto per il successore.

trump (2)

Donald Trump

Il verdetto di Trump è arrivato prima ancora che si consolidasse la nomina: Mojtaba Khamenei è un “peso leggero”, la sua designazione “un grande errore”, e la sua permanenza al potere dipende da un’approvazione che Washington non ha alcuna intenzione di concedere. La successione iraniana si è consumata senza spazio per mediazioni esterne. Ora la Casa Bianca deve decidere se ha una strategia, o soltanto una postura.

Escluso dal processo, Trump reagisce in pubblico

Donald Trump voleva avere voce in capitolo nella scelta del prossimo leader supremo dell’Iran. Non gliene è stata data. La designazione di Mojtaba Khamenei — figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso al primo giorno del conflitto lanciato congiuntamente da Stati Uniti e Israele — è avvenuta secondo logiche interne alla Repubblica Islamica, senza che Washington potesse incidere in alcun modo.

La settimana scorsa Trump aveva già anticipato il suo disappunto, bollando il candidato come “inaccettabile” e “peso leggero”. Confermata la nomina, il registro non è cambiato. A NBC News il presidente ha definito la scelta “un grande errore”. Prima a Fox, poi al New York Post, ha ribadito di “non essere contento”. Quando il giornale della galassia Murdoch gli ha chiesto quale fosse il suo piano per il nuovo leader, la risposta è stata lapidaria: “Non ho intenzione di dirvelo. Non ho intenzione di dirvelo”. Il silenzio sul piano è, in sé, un messaggio.

Convergenza con Israele, escalation possibile

La dinamica internazionale attorno alla nomina è rivelatrice. Mosca si è congratulata con il nuovo leader supremo. Israele ha adottato una formula di attesa — “aspettare e vedere” — che non esclude nulla. Washington ha dichiarato apertamente che il nuovo leader “non durerà a lungo” se “non riceve un’approvazione da noi.”

L’allineamento tra la posizione americana e quella israeliana — Israele non ha mai nascosto l’intenzione di colpire qualsiasi successore di Ali Khamenei — rischia di produrre una traiettoria difficilmente reversibile. Se l’obiettivo di Tel Aviv è il collasso dell’Iran come struttura di potere, quello di Washington resta formalmente indefinito, al di là delle dichiarazioni che escono a cadenza quasi quotidiana dalla Casa Bianca. Mojtaba Khamenei, dal canto suo, ha scelto la sfida indiretta. Non ha risposto alle parole di Trump. Ha semplicemente preso il potere.

Tra accordi e vuoto strategico

Per un presidente che ha costruito parte della sua identità pubblica sull'”art of the deal” — l’arte di negoziare là dove gli altri falliscono — la scena iraniana rappresenta un banco di prova scomodo. Non c’è accordo in vista. Non c’è interlocutore riconosciuto. E le dichiarazioni pubbliche, per quanto assertive, non sostituiscono una linea diplomatica coerente.

La vera sorpresa, a questo punto, sarebbe proprio quella che Trump non sembra cercare: un canale di dialogo con Teheran. Il rischio concreto, invece, è un’ulteriore escalation in una regione già attraversata da un conflitto aperto. Le parole del presidente americano — “non durerà” — suonano meno come previsione e più come intenzione. Resta da capire se dietro quell’intenzione ci sia una strategia, o soltanto l’abitudine al colpo di scena.

“Guerra contro Iran praticamente terminata”

La guerra contro l’Iran “è quasi terminata”, ha affermato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intervistato dalla Cbs. “Penso che la guerra sia praticamente terminata. Non hanno più una Marina, né comunicazioni, né aviazione”, ha proseguito Trump, che alla domanda se avesse un messaggio per la nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha risposto: “Non ho alcun messaggio per lui. Nessuno, di nessun tipo”.