Politica energetica, la sinistra ci ha consegnato i rubinetti al nemico
6 marzo 2026
di Gaetano Mineo
Con l’escalation in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran che tornano a scaldarsi, l’Italia si ritrova a fare i conti con una vulnerabilità che non è accidentale. È strutturale. È il prodotto di decenni di scelte precise, compiute con la coscienza pulita di chi aveva già trovato il nemico da combattere: il carbone, l’atomo, il gas. Il problema è che nessuno ha avuto il coraggio di dire agli italiani qual era il prezzo.
Vent’anni fa producevamo in casa 20 miliardi di metri cubi l’anno. Oggi meno di tre. Non è un calo: è un suicidio industriale.
Partiamo dal nucleare. Due referendum — 1987 e 2011 — trasformati in riti identitari, non in dibattiti tecnici. Non si è chiesto agli italiani “quale energia vogliamo?” ma “siete per o contro il male?”. Il risultato è che oggi l’Italia è l’unica grande economia occidentale senza un piano B. Condannata, come da copione, a bruciare gas. Quello degli altri.
La religione del No-Triv
Poi c’è la crociata contro le trivelle, elevata a dogma morale da amministrazioni locali, movimenti di piazza e segreterie di partito. “Via le trivelle dai nostri mari” ripetevano in coro, come se quella frase non avesse conseguenze. Ne aveva eccome: vent’anni fa producevamo in casa oltre 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Oggi meno di 3. Non è un calo fisiologico: è il risultato di un preciso blocco ideologico all’esplorazione e all’estrazione. Un suicidio industriale travestito da sensibilità ecologica.
E poi le infrastrutture. Ogni rigassificatore pianificato è stato demonizzato. Ogni gasdotto strategico ha trovato comitati pronti a bloccarlo. Quando l’Europa chiedeva diversificazione — per non dipendere da Mosca, per non esporsi a Teheran — la risposta era la stessa: “Puntate sulle rinnovabili.” Un’utopia nobile, ma insufficiente. Le rinnovabili, da sole, non tengono in piedi una fabbrica, non scaldano un ospedale nella notte d’inverno, non garantiscono la continuità produttiva di un distretto industriale.
Il voto ambientalista contro la sovranità
Ciò che colpisce non è tanto l’errore di previsione — la geopolitica è imprevedibile — quanto la disonestà intellettuale con cui è stato gestito il dibattito. Si sapeva. Si sapeva che rinunciare alla produzione domestica significava consegnare i rubinetti a chi non ha alcun interesse strategico a tenerli aperti per noi. Si sapeva che bloccare le infrastrutture significava restare indifesi di fronte a qualsiasi crisi esterna. E si è scelto lo stesso. Perché il consenso del voto ambientalista valeva più della sicurezza nazionale.
Non è cinismo, è qualcosa di peggio: è miopia organizzata. Il centrosinistra italiano ha sistematicamente scambiato lo slogan per la strategia, l’applauso in piazza per la responsabilità di governo. Ha preferito essere il partito del “no” — al nucleare, alle trivelle, ai rigassificatori — piuttosto che il partito di chi costruisce alternative credibili. Oggi l’Italia paga in bollette più care, in dipendenza dall’estero, in sovranità perduta. Questa responsabilità ha un nome. Ed è diretta.
