Roberto Vannacci e Matteo Salvini
Con questa frase, sobria e tagliente, Roberto Vannacci ha chiuso la sua breve e turbolenta parentesi nella Lega. Un congedo che suona quasi affettuoso, ma che in realtà sigilla una rottura senza appello: il generale scende dal taxi del Carroccio nello stesso modo in cui vi era salito, con la disinvoltura di chi considera il passaggio un mezzo temporaneo, non una destinazione.
Matteo Salvini, dal canto suo, archivia la vicenda con un laconico “capitolo chiuso”, tentando di mascherare la delusione dietro la compostezza di chi sa di non potersi permettere scenate. Ma il vero dramma politico non risiede nell'”ingratitudine” di Vannacci – un esito che chiunque avesse un minimo di fiuto aveva messo in preventivo fin dal primo giorno – bensì nell’ostinazione con cui il segretario leghista ha voluto a tutti i costi questo matrimonio di convenienza (avendo fatto i conti senza l’oste).
Era evidente a chiunque sapesse leggere tra le righe che il generale non era arrivato per integrarsi, ma per servirsene: trampolino mediatico, cassa di risonanza, piattaforma di lancio personale. Eppure Salvini ha ignorato i malumori che già fermentavano ai vertici di via Bellerio, ha fatto finta di non vedere i lampi di allarme che si accendevano da mesi, ha spinto l’acceleratore su una scommessa che odorava di azzardo suicida.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un anno di convivenza surreale, con Vannacci che si muoveva nel partito come un’entità autonoma. Decideva slogan, imponeva candidature in Toscana, si comportava da padrone in casa altrui, forte della vice-segreteria regalata con una fretta che rasentava il grottesco. Non è stato un errore accoglierlo: l’errore è stato consegnargli le chiavi di casa senza pretendere nemmeno le regole basilari di convivenza.
Un leader politico degno di questo nome sa calibrare il rischio, distingue l’opportunità tattica dalla giocata disperata. Salvini, in questo caso, ha bruciato ogni cautela, puntando tutto su un personaggio che fin dal primo istante ha lasciato intendere di non avere alcuna intenzione di piegarsi alla disciplina di partito. Oggi il Capitano si ritrova con un pugno di mosche in mano, la necessità impellente di nominare un nuovo vice proprio con le Politiche 2027 all’orizzonte, e la credibilità interna ulteriormente incrinata.
La domanda che resta sospesa non è se la Lega riuscirà a rimpiazzare Vannacci – lo farà, come sempre. È se Salvini avrà finalmente imparato la lezione elementare che la politica insegna a caro prezzo: prima di aprire le porte a un outsider promettente, prima di cedere pezzi di potere in cambio di visibilità, sarebbe saggio contare fino a dieci. O, in mancanza di meglio, almeno fino a tre. Perché in politica, più che le parole d’amore, contano i fatti. E i fatti, stavolta, parlano chiaro: il generale ha preso ciò che gli serviva e se n’è andato. Il leader, invece, resta a fare i conti con lo specchio.
