Salvini chiude la partita del rimpasto e giura fedeltà a Meloni fino alla fine della legislatura

Il segretario della Lega, dopo la riunione della segreteria politica in via Bellerio alla presenza di Luca Zaia, esclude ogni ministero per il Carroccio, smentisce il voto anticipato e annuncia la manifestazione del 18 aprile con i Patrioti a Milano come rilancio del partito.

Matteo Salvini

Matteo Salvini

Niente ministeri, niente elezioni anticipate, niente sgambetti. Matteo Salvini chiude ogni spiraglio al rimpasto di governo e lo fa con la formula del giuramento: “piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo”. La Lega sceglie la trincea della lealtà, con l’orizzonte fisso al 2027 e una scommessa tutta elettorale: rilanciare i consensi sfruttando l’asse con i Patrioti europei e il tema immigrazione.

Zaia resta in Veneto, non a Roma

La notizia più attesa della giornata è, in fondo, una non-notizia. Luca Zaia non sarà ministro. Il presidente del Veneto, indicato da più retroscena come possibile innesto nell’esecutivo Meloni, era presente alla riunione della segreteria politica in via Bellerio — presenza che aveva alimentato le speculazioni. Ma la risposta leghista è stata netta su entrambe le caselle in ballo. Al Turismo, spiegano fonti del Carroccio, “sarà un esponente di Fdi”.

Alle Imprese, il ragionamento è di ordine pratico prima ancora che politico: “Con poco più di un anno a disposizione non si può incidere in un ministero così importante, soprattutto se non ci sono risorse”. Una motivazione che suona più come una presa d’atto dei rapporti di forza interni alla coalizione che come una scelta strategica autonoma. La Lega non ottiene ciò che voleva — ammesso che lo volesse davvero — e giustifica la rinuncia con argomenti di gestione. È la grammatica del partito subalterno che impara a non chiedere ciò che non può avere.

La lealtà come strumento tattico

Salvini ha lavorato su due fronti nella stessa giornata. In mattinata, in collegamento con un convegno milanese, aveva già sbarrato la strada alle ipotesi di crisi: “Leggo tante cose in questi giorni, ma il governo tira diritto e arriva a fine legislatura senza nessun dubbio e alcun tentennamento”. Dopo la segreteria, il tono si è fatto ancora più esplicito: “La Lega è e sarà sempre leale e responsabile”.

La sequenza — prima la smentita pubblica, poi la conferma corale del gruppo dirigente — tradisce una regia consapevole. Non si trattava di rispondere a voci di corridoio, ma di chiudere una finestra di incertezza che si era aperta nelle settimane precedenti e che rischiava di alimentare pressioni interne. Il Carroccio non minaccia ostruzionismo parlamentare — il cosiddetto “Vietnam” che in altri momenti della storia leghista ha rappresentato l’arma di ultima istanza — e non mette in mora neppure il negoziato sulla riforma della legge elettorale, pur non considerandola una priorità nell’agenda immediata.

Il rilancio passa per i Patrioti

Archiviata la questione governativa, la Lega guarda altrove per trovare ossigeno nei sondaggi. La strada indicata da Salvini ha due direttrici. La prima è europea: la diversa collocazione del Carroccio rispetto a Fratelli d’Italia nel Parlamento di Strasburgo — i Patrioti contro i Conservatori di Ecr — viene presentata non come un elemento di frizione nella coalizione, ma come una risorsa identitaria da capitalizzare.

La seconda è tematica: l’immigrazione resta il terreno sul quale la Lega ritiene di poter differenziarsi con maggiore efficacia all’interno del centrodestra. Il 18 aprile a Milano, con la manifestazione dei Patrioti, sarà il primo banco di prova di questa doppia scommessa. L’obiettivo è dimostrare capacità di mobilitazione autonoma — di piazza, prima ancora che parlamentare — in un momento in cui i numeri del partito nelle rilevazioni demoscopiche continuano a segnare il passo rispetto ai soci di coalizione.