Striano e i dossier, la commissione Antimafia accusa De Raho di aver saputo tutto
La relazione Colosimo, approvata a palazzo San Macuto, punta il dito sull’ex procuratore nazionale — oggi senatore M5S — per non aver fermato gli accessi illeciti alle banche dati condotti dal finanziere Striano.
Federico Cafiero de Raho
La commissione parlamentare Antimafia ha approvato la relazione di maggioranza sul caso del tenente Pasquale Striano, il militare della Guardia di finanza che, operando all’interno del cosiddetto “Gruppo s.o.s.” istituito presso la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, avrebbe effettuato per anni accessi illeciti alle banche dati riservate dello Stato, costruendo dossier su esponenti politici e figure di rilievo del mondo economico. Il documento, di poco meno di duecento pagine, era stato depositato in commissione il 14 gennaio scorso dalla presidente Chiara Colosimo ed è il frutto di un lavoro istruttorio imponente: sessantasei mila pagine di atti provenienti dalla sola Procura di Roma, cui si aggiungono le audizioni svolte a palazzo San Macuto.
Il voto di approvazione sancisce un momento di rottura netta. Non soltanto perché l’inchiesta parlamentare torna a mettere sotto i riflettori una vicenda giudiziaria ancora in corso, ma perché la relazione — nella sua parte più dirompente — indica con precisione chirurgica una catena di responsabilità che risale fino ai vertici della Direzione nazionale antimafia dell’epoca.
Il dito puntato su De Raho
Il nome che ricorre con maggiore insistenza nel documento è quello di Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia dal 2017 al 2022, oggi senatore del Movimento 5 Stelle e membro della stessa commissione che lo ha messo sotto accusa. “Il procuratore nazionale antimafia De Raho sapeva, e certamente non poteva non sapere, di quanto stava accadendo nel suo ufficio” si legge nella relazione. “Sapeva dell’assoluta irregolarità degli accessi alle banche dati, sapeva che Laudati e Striano si muovevano al di fuori della cornice normativa. Sapeva, tollerava e non ha adottato alcun atto o provvedimento correttivo”.
La presidente Colosimo, al termine della riunione della commissione, ha sintetizzato la posizione della maggioranza con parole di inusuale durezza per un documento istituzionale: “Ci fu un attacco alle istituzioni partito dalla Direzione nazionale antimafia, all’epoca guidata da Federico Cafiero De Raho, per dossierare”. Accuse gravi, che configurano — secondo la lettura della maggioranza — non un episodio isolato di mala gestione burocratica, bensì un disegno strutturato in cui delicatissimi strumenti dello Stato sarebbero stati trasformati in leve di pressione politica e personale.
Tra i responsabili individuati dalla commissione figurano, insieme a De Raho, i vertici della Guardia di finanza dell’epoca e alcuni giornalisti, definiti nella relazione “privi di scrupoli”, che avrebbero ricevuto e pubblicato le informazioni trafugate. Un quadro che, secondo il vicepresidente della commissione Mauro D’Attis (Forza Italia), si colloca lungo una linea di continuità con le indagini sui depistaggi successivi alle stragi di Capaci e via D’Amelio: “Non vi sarà spazio per ulteriori depistaggi”, ha dichiarato.
La difesa dell’ex magistrato e lo scontro politico
De Raho ha respinto le accuse con nettezza, convocando nel pomeriggio una conferenza stampa in Senato cui ha partecipato, in collegamento, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. La ricostruzione dell’ex magistrato ribalta la prospettiva: a suo avviso la commissione avrebbe passato sotto esame non tanto gli atti relativi alle condotte di Striano, quanto gli “atti di impulso” — le indagini avviate dalla Dna nei confronti di esponenti politici, tra cui il caso che coinvolse Armando Siri — per poi usarli come prova a carico della sua gestione. “Hanno usato il lavoro della commissione antimafia in modo fazioso”, ha concluso De Raho. “Questa è una relazione inaccettabile dal punto di vista democratico, una deriva pericolosa”.
Conte ha alzato ulteriormente il tiro, sollevando una questione di legittimità che riguarda direttamente la presidente Colosimo: l’esistenza di un legame familiare non dichiarato con un soggetto condannato per rapporti con la ‘ndrangheta. “È gravissimo che non abbia dichiarato un palese conflitto di interessi”, ha affermato il leader pentastellato, precisando tuttavia che “le colpe degli zii non ricadono sui nipoti”. La replica della maggioranza è arrivata dal presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che ha definito il linguaggio utilizzato dalla minoranza nella propria controrelazione “vergognoso e di insulto”, annunciando di voler segnalare il caso al Presidente della Repubblica.
Uno scontro che va oltre il caso Striano
M5S, Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra hanno presentato una relazione di minoranza, depositata — secondo la maggioranza — “all’ultimo minuto”. Il senatore Adriano Paroli (Forza Italia) ha parlato di “mercimonio di informazioni” e ha invocato un rafforzamento normativo a tutela dei dati personali, aggiungendo che “nessuna difesa d’ufficio potrà oscurare la realtà dei fatti”. Galeazzo Bignami, presidente dei deputati di Fratelli d’Italia, ha colpito nel punto politicamente più sensibile: “La doppia presenza in Antimafia di De Raho e Scarpinato è dannosa e genera un cortocircuito istituzionale grave, dove il Movimento, anziché contribuire a cercare la verità, si spende a difendere i suoi esponenti”.
È in questo contesto che la vicenda assume una dimensione che travalica il perimetro della singola inchiesta. La relazione Colosimo si inserisce, con tutta evidenza, nel clima politico che precede il referendum confermativo sulla separazione delle carriere in magistratura. Non è un caso che le parole più dure della maggioranza prendano di mira un ex magistrato oggi in Parlamento: la questione del doppio ruolo — giudicante ieri, legislatore oggi — è il vero nervo scoperto di questo scontro. La commissione ha scelto di premiare la radicalità della proposta politica a scapito di ogni prudenza istituzionale. L’opposizione ha risposto con la stessa moneta. Il terreno del confronto, a questo punto, non è più soltanto giudiziario.
