Dopo 20 anni di assenza e silenzio, Tiziano Ferro riprende il suo posto all’Ariston
(foto x.com/TizianoFerro)
Tiziano Ferro è entrato in scena e l’Ariston ha smesso di fare il suo mestiere abituale. Non applausi di circostanza, non cortesia di platea. Il teatro si è alzato in piedi, tutto, alla fine di un’esibizione che durava da poco più di venti minuti e che sembrava contenere venticinque anni.
Non capita spesso. Il Festival di Sanremo è una macchina collaudata, capace di trasformare qualunque emozione in formato televisivo. Martedì sera, per qualche minuto, la macchina ha girato a vuoto. Il cantautore di Latina, superospite della prima serata in abito total black con giacca ricamata di perline, ha fatto saltare i calcoli con la sola forza di una presenza che non chiedeva nulla al pubblico, se non di ascoltare.
Venticinque anni da “Perdono”: il cerchio si chiude
Il filo conduttore della serata era scritto nel calendario. Venticinque anni fa, su “Domenica In”, un ragazzo di Latina cantava per la prima volta in televisione un brano che si chiamava “Perdono” — scritto con una grafia stilizzata, “Xdono”, che allora parve un vezzo e divenne invece un marchio. A presentarlo c’era Carlo Conti, che quella sera all’Ariston sedeva sulla poltrona del direttore artistico. Il cerchio si chiudeva con la precisione di una geometria voluta.
Ferro lo ha detto apertamente, senza lasciare nulla al sottinteso: “Solo tu, Carlo, potevi farmi spegnere queste candeline così. Questo signore, venticinque anni fa, ha creduto in me e mi ha fatto cantare questa canzone per la prima volta”. Non era retorica celebrativa. Era la presa d’atto di un debito riconosciuto, che in questo mestiere accade di rado vedere onorato con tanta semplicità.
Il medley ha attraversato la sua discografia come un percorso topografico: “Ti scatterò una foto”, “La differenza tra me e te”, “Lo stadio”, fino al ritorno di “Perdono” nella sua versione dal vivo, riproposta per la prima volta da quella lontana domenica pomeriggio. Ogni brano era una coordinata. Insieme, disegnavano una carriera che ha attraversato il mercato italiano della canzone popolare lasciando tracce difficili da cancellare.
Il nuovo singolo e la questione del riscatto
La chiusura del medley era riservata a un brano inedito: “Sono un grande”. Il titolo, nella sua semplicità quasi spiazzante, è anche il messaggio. Ferro lo ha spiegato con la stessa franchezza che ha caratterizzato l’intera esibizione: “Siamo di una generazione in cui non davano neanche il dieci a scuola. Ora invece le nuove generazioni stanno iniziando a celebrare la forza della propria unicità. E finalmente anch’io posso dirmi bravo per quello che ho fatto — e per quello che non ho fatto, anche contro chi mi ha attaccato”.
La questione è più sottile di quanto non appaia. Non si tratta di un manifesto generazionale confezionato per l’occasione, né di un espediente promozionale mascherato da riflessione. Ferro appartiene a una fascia anagrafica — quella cresciuta negli anni Novanta, formatasi nell’era della critica come norma sociale — che ha raramente avuto il permesso culturale di riconoscere il proprio valore senza doversi giustificare. Il brano intercetta una tensione reale, e lo fa con un testo diretto, privo di sovrastrutture.
Al Tg3 aveva già anticipato il concetto: “Questo è il modo per prendermi il mio posto nella società di chi impara ad accettarsi, e di imparare a dirsi “sono un grande” come avrebbe sempre dovuto essere”. Il palco dell’Ariston ha amplificato quella dichiarazione fino a renderla collettiva.
Pausini, Conti e il gioco delle promesse future
Laura Pausini ha scelto il gesto invece della parola. Si è inginocchiata. Ha detto: “Bentornato a casa”. È bastato. Ferro le ha risposto con una battuta che aveva il sapore di una promessa semi-seria: “Il prossimo anno lo facciamo io e te, se Carlo se ne va”. Conti, a cui era stato chiesto poco prima se intendesse tornare in gara come cantante, aveva risposto con la diplomazia di chi conosce bene il mestiere di schivare: “Magari fra qualche anno. Ora pensa agli stadi”.
Gli stadi, appunto. Ferro ha annunciato il ritorno ai concerti nelle grandi arene, e l’indicazione ha una sua valenza precisa nel quadro di una serata costruita attorno alla continuità. Non si trattava soltanto di celebrare un anniversario: si trattava di segnare una ripartenza. Il passato come fondamenta, non come rifugio. La standing ovation finale ha detto quello che le parole avrebbero reso ridondante. L’Ariston in piedi non è un dato trascurabile: è un termometro. E martedì sera segnava alto.
