Un gruppo dell’Università di Padova ha osservato che la trombina taglia l’alfa-sinucleina e ne cambia le proprietà: il risultato, pubblicato il 28 ottobre su Nature Communications, offre una pista sui meccanismi del Parkinson, senza dimostrare un nesso causale nei pazienti. Lo studio è stato condotto nel Dipartimento di Scienze del Farmaco e ha esaminato un enzima legato alla coagulazione e ai processi infiammatori. L’alfa-sinucleina, coinvolta nella regolazione dei neurotrasmettitori nelle sinapsi, è una delle proteine associate alla malattia quando si accumula in modo anomalo.
La trombina recide la proteina in un punto specifico, tra il sesto e il settimo amminoacido, rimuovendo i sei residui iniziali. Il frammento risultante, indicato nello studio come 7–140, è stato prodotto in esperimenti in vitro; i ricercatori hanno inoltre esaminato l’interazione in un ambiente biologico complesso che riproduce alcune condizioni presenti negli organismi viventi. L’Università di Padova riferisce che il gruppo ha verificato il risultato con tecniche biofisiche.
Le proprietà cambiano dopo il taglio
Il frammento assume una conformazione più compatta e ritarda la formazione di specie proteiche inclini ad aggregarsi. Anche le fibrille che si formano hanno una morfologia diversa. In presenza di membrane, la versione accorciata mostra inoltre una minore tendenza ad assumere la struttura ad alfa-elica.
Gli effetti non indicano una variazione univoca. Gli aggregati del frammento risultano modestamente meno tossici, ma il taglio compromette anche alcune funzioni fisiologiche dell’alfa-sinucleina. Il lavoro descrive quindi cambiamenti biochimici che potrebbero essere pertinenti alla malattia; non dimostra che l’azione della trombina avvenga nello stesso modo nel cervello dei pazienti o che provochi il Parkinson. Lo studio presenta il risultato come un possibile contributo ai meccanismi della patologia.
La conferma passa dai pazienti
Frammenti di alfa-sinucleina sono stati osservati nei cervelli di persone con Parkinson dopo la morte, ma la loro origine e il loro ruolo non sono chiariti. “Non si sa come tali frammenti si formino, che ruolo abbiano nell’insorgenza della malattia”, ha spiegato Patrizia Polverino de Laureto, coautrice dello studio e responsabile del gruppo di ricerca di Biofisica delle proteine applicate alle malattie neurodegenerative.
La ricerca si inserisce in un quadro sanitario destinato ad ampliarsi. In Italia l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 300mila persone con Parkinson e prevede che i casi raddoppino entro il 2050, anche per fattori che non si spiegano soltanto con l’invecchiamento della popolazione. La previsione dà la misura dell’interesse per i meccanismi della malattia, ma non attribuisce un ruolo causale alla trombina.
Il passaggio successivo sarà verificare se il frammento prodotto negli esperimenti è presente anche nei pazienti. Solo questa verifica potrà chiarire se la modificazione osservata in laboratorio ha un riscontro nella malattia e quale ruolo possa avere. L’Università indica questa ricerca come il prossimo obiettivo del gruppo; eventuali ricadute terapeutiche restano una prospettiva futura, subordinata alla conferma del meccanismo nei tessuti umani.

