Trump raddoppia minaccia contro Teheran: “Se i negoziati falliscono spazzeremo via Kharg e rete energetica”

Donald Trump

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Sullo sfondo di presunti progressi diplomatici, il leader della Casa Bianca rilancia una minaccia senza precedenti contro le infrastrutture energetiche iraniane, mentre Teheran liquida le trattative con sarcasmo e i tradizionali alleati europei di Washington prendono le distanze dal conflitto.

I negoziati procedono, assicura Washington, ma se falliranno gli Stati Uniti sono pronti a colpire il cuore energetico dell’Iran. Parola di Donald Trump, che nella prima ora della giornata ha postato su Truth un messaggio destinato a segnare il ritmo della crisi: “Gli Stati Uniti sono in serie discussioni con un nuovo e più ragionevole regime per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran”. Poi l’avvertimento: se non si raggiungerà presto un accordo e lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto immediatamente, l’amministrazione farà “saltare in aria e cancellerà completamente tutti gli impianti di generazione elettrica, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg”.

La retorica è quella di sempre, ma il bersaglio è nuovo. Finora l’attenzione militare americana si era concentrata su obiettivi militari e nucleari; oggi per la prima volta viene esplicitata la volontà di distruggere le infrastrutture civili ed economiche che garantiscono al regime il suo principale introito. Kharg, in particolare, è il terminale da cui viene esportato oltre il 90 per cento del petrolio iraniano. Colpirla significherebbe strangolare l’economia del paese.

Colloqui smentiti e sarcasmo di Stato

A Teheran, però, la versione dei colloqui avanzati viene smentita. “Il piano in 15 punti è irricevibile”, hanno ribadito fonti ufficiali, negando che si stia trattando sulle basi indicate da Trump. E la replica ufficiale è affidata a un post ironico della televisione di Stato: “L’Iran ha risposto positivamente alle minacce di Trump e ha riaperto lo Stretto di Hormuz, ma solo per due petroliere cinesi”. Nelle ultime ore, effettivamente, le autorità iraniane hanno consentito il passaggio di due porta-container di proprietà e con equipaggio della Cina, una concessione limitata che sottolinea la volontà di non cedere sulle condizioni generali.

Il quadro diplomatico resta così confuso. Da un lato il presidente americano sostiene che i progressi siano “grandi” e che si discuta con “un nuovo e più ragionevole regime”. Dall’altro, la controparte nega la premessa stessa del negoziato, liquidando le minacce come un rituale già visto.

Europa divisa, basi negate

Mentre le parole si scontrano, sul terreno emergono le prime fratture nella coalizione occidentale. Il governo spagnolo ha ordinato la chiusura del proprio spazio aereo a tutti i velivoli statunitensi impegnati nella guerra in Iran. Una decisione che segue il diniego già opposto all’uso delle basi militari sul territorio iberico. Anche Londra prende le distanze: “Non è la nostra guerra e non ci lasceremo trascinare”, ha ribadito il premier Keir Starmer, chiudendo la porta a qualsiasi coinvolgimento diretto.

Secondo quanto riferito dalla Cbs, centinaia di soldati delle forze speciali – Navy Seals, Army Rangers, reparti aviotrasportati e Marines – sono stati dispiegati in tutto il Medio Oriente. Una mobilitazione che però Washington dovrà gestire senza il supporto operativo di due tra i suoi storici alleati europei.

Il richiamo egiziano e il nodo Hormuz

Sul fronte politico, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha lanciato un appello diretto a Trump, chiedendo la fine del conflitto. “Dico a Trump: nessuno può fermare la guerra se non tu”, ha scandito durante la cerimonia di apertura dell’iniziativa Egypes. Un’invocazione che suona come un riconoscimento del ruolo centrale della Casa Bianca, ma anche come un tentativo di spingere verso una soluzione negoziata prima che la minaccia di distruggere Kharg diventi operativa.

Il nodo vero, per ora, resta lo Stretto di Hormuz. Trump ha posto la sua riapertura totale e immediata come condizione per non passare alla fase distruttiva. E ha definito l’eventuale azione militare come una “punizione” per gli americani uccisi dal regime nei 47 anni dalla rivoluzione islamica. Una cornice retorica che trasforma una scelta strategica in una resa dei conti attesa da decenni.