Trump rompe con la Nato dopo i raid sull’Iran: “Non ne abbiamo mai avuto bisogno”
Il presidente americano, dallo Studio Ovale e dalla Casa Bianca, scarica gli alleati europei che si sono rifiutati di partecipare all’offensiva contro Teheran, rivendicando la distruzione totale delle infrastrutture militari e nucleari della Repubblica islamica.
Donald Trump
Donald Trump ha scelto la via diretta. Nessuna ambiguità diplomatica, nessuna formula di circostanza: il presidente degli Stati Uniti ha comunicato la rottura con gli alleati europei della Nato in un post su Truth Social, senza intermediari e senza attenuanti. La maggior parte dei partner dell’Alleanza Atlantica, ha scritto Trump, ha informato Washington di non voler essere coinvolta nell’operazione militare contro l’Iran. La notizia non lo ha sorpreso. Anzi: lo ha confermato in una convinzione che coltiva da decenni.
Il ragionamento è lineare, nella sua brutalità. Gli Stati Uniti spendono centinaia di miliardi di dollari l’anno per proteggere i Paesi europei. Quando Washington ha chiesto un contributo, anche solo formale, quei Paesi si sono tirati indietro. Per Trump la Nato è una «strada a senso unico»: gli americani proteggono, gli europei incassano. L’operazione contro il regime iraniano ha fornito la prova empirica di questa tesi. Almeno secondo il presidente.
L’offensiva e i suoi risultati dichiarati
Ciò che Trump rivendica è la distruzione sistematica della capacità bellica iraniana. Esercito. Marina. Radar. Infrastrutture nucleari. Secondo la versione della Casa Bianca, tutto è stato «decimato». Alcuni dei vertici del regime sarebbero stati eliminati. I programmi atomici, annuncia Trump, non esistono più. Affermazioni di portata straordinaria, formulate con la stessa disinvoltura con cui si commenta un risultato sportivo.
«Abbiamo distrutto i programmi nucleari dell’Iran», ha detto Trump ricevendo il premier irlandese Micheal Martin alla Casa Bianca. «Non hanno più esercito, marina, radar. Tutto distrutto, anche i loro leader uccisi.» La scena è significativa: un capo di governo europeo presente come ospite mentre il presidente americano elenca le vittime di un’operazione militare che l’Europa ha rifiutato di sostenere. Il messaggio implicito è trasparente.
Va detto che la verifica indipendente di queste affermazioni resta, al momento, problematica. Le dichiarazioni di Trump descrivono uno scenario di capitolazione totale dell’apparato statale iraniano. Una valutazione di tale portata richiede conferme che, nelle ore successive alle dichiarazioni, non erano ancora disponibili in modo esaustivo. Eppure il presidente parla come se la questione fosse già archiviata.
Il nodo irrisolto del dispiegamento di terra
Non lo è. Perché sul tavolo restano due opzioni operative che cambiano radicalmente il quadro: la presa di controllo dell’isola di Kharg, snodo centrale dell’industria petrolifera iraniana, e il centro nucleare di Isfahan. Entrambe le ipotesi, secondo quanto riportato, richiederebbero con ogni probabilità il dispiegamento di soldati americani e israeliani. Si tratterebbe di un’escalation qualitativa rispetto ai bombardamenti aerei: non più missili a distanza di sicurezza, ma uomini sul terreno, in un Paese di ottantasei milioni di abitanti, con una tradizione consolidata di guerra asimmetrica.
Trump ha detto di non temere il paragone con il Vietnam. «Non ho paura di niente», ha risposto ai giornalisti riuniti nello Studio Ovale. È una risposta che rivela il tono, ma non la strategia. Il Vietnam non era una questione di paura individuale: era una questione di calcolo geopolitico errato, di sottovalutazione del nemico, di assenza di una strategia di uscita. Le parole di Trump non affrontano nessuno di questi nodi.
La Nato, il test e l’accusa di ingratitudine
Il punto che Trump ripete con maggiore insistenza non riguarda l’Iran. Riguarda l’Europa. «Credo che la Nato stia facendo un errore stupido», ha detto. «Questo era un test. Non abbiamo bisogno di loro, ma avrebbe dovuto esserci.» La scelta del termine «test» è rivelatrice. Suggerisce che l’operazione militare contro Teheran avesse anche una funzione di verifica: misurare la reale disponibilità degli alleati a sostenere Washington quando lo scenario si fa scomodo.
Il risultato del test, nella lettura di Trump, è inequivocabile: la Nato ha fallito. Non sul piano militare — gli Stati Uniti dichiarano di aver vinto da soli — ma sul piano della lealtà. Ed è su questo piano, più che su quello strategico, che Trump costruisce il suo argomento. «Tutti gli alleati erano d’accordo», ha precisato, «e nonostante il fatto che li aiutiamo così tanto, con migliaia di soldati in tanti Paesi, non vogliono aiutarci.» La contraddizione apparente — erano d’accordo ma non hanno partecipato — fotografa con precisione il genere di sostegno che gli europei hanno scelto: approvazione verbale, distanza operativa.
Cosa resta dopo le dichiarazioni
Rimangono aperti, al termine di questa sequenza di dichiarazioni, interrogativi di peso. Il primo riguarda lo stato reale dell’Iran: la distruzione descritta da Trump è totale o parziale? Quali fonti, oltre a quelle americane e israeliane, la confermano? Il secondo interrogativo riguarda le prossime mosse: Kharg e Isfahan sono opzioni ancora in valutazione o decisioni già prese, comunicate con il consueto anticipo improvvisato? Il terzo, e forse il più rilevante sul lungo periodo, riguarda l’Alleanza Atlantica. Se questo era davvero un test, e se il verdetto di Trump è quello che ha dichiarato pubblicamente, quali conseguenze concrete avrà sul funzionamento dell’alleanza nei mesi a venire?
Trump non ha risposto a nessuna di queste domande. Ha preferito ribadire la propria tesi di fondo: l’America non ha bisogno di nessuno. È un messaggio politico prima ancora che strategico. E, come tutti i messaggi politici, andrà misurato non sulle parole, ma sulle conseguenze.
