Venezuela, il petrolio al centro dello scontro globale: embargo Usa, Cina in trincea

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Il petrolio venezuelano è diventato il perno di una nuova competizione internazionale che intreccia transizione politica, sanzioni e interessi industriali: mentre Washington stringe il “rubinetto” con un embargo totale sulle esportazioni, ribadito nelle ore scorse dal presidente Donald Trump dopo il raid Usa che ha portato alla cattura a Caracas di Nicolas Maduro, Pechino rivendica la continuità della cooperazione con il Venezuela e le compagnie occidentali misurano rischi e opportunità di un ritorno in uno dei bacini più ricchi del pianeta.

Stoccaggi saturi e produzione in frenata

Sul terreno, la crisi si è manifestata in un problema immediato: la mancanza di spazio di stoccaggio per immagazzinare il greggio. La compagnia statale Pdvsa ha iniziato a tagliare la produzione perché l’inasprimento della pressione statunitense e il blocco delle navi hanno ridotto le esportazioni a zero, saturando gli stoccaggi e costringendo l’azienda a chiudere pozzi o interi cluster produttivi.

Il taglio, secondo informazioni di settore riportate dall’agenzia di stampa Reuters, non riguarda solo asset gestiti direttamente: Pdvsa ha chiesto riduzioni anche in joint venture chiave, comprese quelle con la statunitense Chevron e con la cinese Cnpc. Sullo sfondo pesa un doppio collo di bottiglia: da una parte l’impossibilità di far uscire i carichi, dall’altra la carenza di diluenti necessari a miscelare e rendere trasportabile il greggio extra pesante venezuelano.

Il contesto politico e la mossa di Washington

La stretta americana s’incornicia in un contesto politico caotico, dopo il blitz di sabato con cui forze speciali Usa hanno catturato il presidente Nicolas Maduro e la moglie, aprendo una fase di profonda incertezza sulla catena di comando a Caracas e sulla gestione delle entrate petrolifere. Il presidente Donald Trump ha parlato di “oil embargo” pienamente operativo e ha promesso un ritorno massiccio delle compagnie statunitensi per investimenti miliardari volti a riparare e modernizzare infrastrutture definite degradate.

La posta in gioco è enorme perché il Venezuela, pur producendo oggi una quota ridotta rispetto al suo potenziale, dispone delle maggiori riserve stimate di petrolio al mondo. Il Paese concentra circa il 17% delle riserve globali, pari a circa 303 miliardi di barili, davanti anche all’Arabia saudita. È un patrimonio composto in larga parte da greggio pesante nell’area dell’Orinoco, un tipo di greggio più costoso da produrre e da trattare, ma che rimane strategico per i grandi impianti di raffinazione attrezzati per lavorare qualità “heavy” e acide.

Riserve immense, produzione ridotta

Il paradosso venezuelano è proprio questo: risorse immense, ma output ridotto a una frazione della capacità. Per decenni, tra cattiva gestione, carenza di investimenti e sanzioni, la produzione è crollata rispetto ai livelli storici: negli anni Settanta il Paese arrivava a pompare fino a 3,5 milioni di barili al giorno, oltre il 7% dell’output mondiale dell’epoca; negli anni 2010 è sceso sotto i 2 milioni e, in tempi recenti, si è attestato intorno a poco più di un milione di barili al giorno, circa l’1% della produzione globale. Il Venezuela è anche uno dei fondatori dell’Opec, insieme a Iran, Iraq, Kuwait e Arabia saudita, ma oggi la sua capacità di incidere sul mercato è frenata dall’usura del settore e dalle difficoltà operative.

La Casa Bianca sostiene che un cambio di rotta politico possa sbloccare capitali e know-how e riportare, nel tempo, volumi più significativi sul mercato. Tuttavia gli analisti avvertono che la ripresa non sarebbe rapida: anche in caso di stabilizzazione e allentamento delle restrizioni, la ricostruzione industriale richiederebbe anni, sia per la complessità tecnica del greggio dell’Orinoco sia per lo stato degli impianti. La Cina, intanto, cerca di mettere un paletto politico alla partita energetica. Pechino ha ribadito che continuerà a sviluppare la cooperazione con il Venezuela indipendentemente dall’evoluzione della situazione interna, rivendicando sovranità e “protezione degli interessi legittimi” cinesi nel Paese. Il messaggio è che le partnership costruite negli ultimi anni, incluse quelle nel settore petrolifero, non possono essere semplicemente rimosse da un intervento esterno.

Oltre il petrolio: il dossier minerario

La competizione, però, non è solo petrolifera e non riguarda soltanto Stati Uniti e Cina. Negli anni scorsi Caracas ha tentato di promuovere una diversificazione puntando anche sul settore minerario: nel 2019 Maduro e Delcy Rodríguez, allora vicepresidente e oggi presidente ad interim, annunciarono un piano quinquennale per incrementare l’estrazione di minerali come alternativa parziale alla dipendenza dagli idrocarburi. Un dossier complicato, anche perché documenti ufficiali hanno spesso usato in modo intercambiabile termini tecnici come “riserva” e “risorsa”, rendendo difficile stabilire quanto sia realmente sfruttabile in modo economicamente sostenibile.

Secondo dati diffusi in passato dalle autorità venezuelane in un “catalogo” per investitori, il Paese avrebbe riserve stimate di carbone nell’ordine di alcuni miliardi di tonnellate e riserve di nichel, oltre a risorse dichiarate di oro, minerale di ferro e bauxite, con una parte delle stime definita esplicitamente speculativa. Nel 2021 è stata inoltre pubblicata una mappa delle riserve minerarie basata su dati raccolti anni prima, con l’indicazione di metalli e minerali come antimonio, rame, nichel, coltan, molibdeno, argento, zinco, titanio, tungsteno e uranio, ma senza volumi. Il Paese, invece, non risulta disporre di riserve significative di terre rare, un insieme di 17 metalli spesso associati alle tecnologie avanzate e considerati parte dei minerali critici.

Nel breve periodo, comunque, la partita resta agganciata al petrolio e alla capacità di farlo uscire dal Paese. Finché l’export resterà bloccato, Pdvsa continuerà a muoversi in modalità “riduzione danni”, spegnendo produzione per evitare il collasso degli stoccaggi e cercando di assicurarsi diluenti e sbocchi logistici. Nel medio-lungo periodo, lo scontro vero sarà su chi potrà fissare le regole: contratti, licenze, pagamenti e garanzie, in un Paese che ha un patrimonio energetico enorme ma un’industria da rimettere in piedi quasi da zero. (Askanews)