Vertice Nato ad Ankara: Meloni partecipa alla cena con Trump tra tensioni bilaterali e spese militari
Il capo della Casa Bianca contesta l’apporto dei partner europei alla sicurezza globale, mentre la presidenza del Consiglio conferma gli stanziamenti di Roma per la difesa durante il summit in Turchia.
Donald Trump e Giorgia Meloni
La presidenza del Consiglio affronta uno snodo cruciale nelle relazioni transatlantiche durante il vertice della Nato in Turchia. L’arrivo della premier Giorgia Meloni alla cena ufficiale nel palazzo presidenziale di Ankara, avvenuto con un ritardo rispetto all’ingresso del presidente statunitense Donald Trump e dell’omologo turco Recep Tayyip Erdogan, ha inaugurato un confronto diplomatico diretto e di eccezionale rilevanza istituzionale.
La collocazione dei leader attorno allo stesso tavolo di lavoro, che include anche il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer, offre a Roma uno spazio negoziale ristretto e differente rispetto ai tradizionali fori multilaterali. L’evento si inserisce in una fase di spiccata instabilità nei rapporti bilaterali tra l’esecutivo italiano e la Casa Bianca, segnata da recenti polemiche e da forti pressioni sui bilanci della difesa.
I delicati equilibri del tavolo formale
La vigilia dell’incontro è stata caratterizzata da dichiarazioni alterne da parte del presidente americano, il quale ha espresso valutazioni divergenti sulla figura della presidente del Consiglio italiana. Appena atterrato in Turchia, il capo dello Stato statunitense ha risposto alle domande dei giornalisti delineando una posizione ambivalente.
“Mi piace, è una brava persona”, ha affermato Trump, aggiungendo subito dopo una dura critica strategica: “Non c’è stata per noi, ha rifiutato di aiutarci”. Questo approccio riflette il risentimento di Washington verso alcuni alleati europei, accusati di non contribuire a sufficienza alle operazioni internazionali e al mantenimento degli standard di sicurezza globali. Palazzo Chigi ha scelto la linea del rigoroso silenzio istituzionale, evitando repliche ufficiali sia alle ultime esternazioni sia alle precedenti provocazioni diffuse sui canali social della presidenza statunitense, dove era stato evocato un drastico raffreddamento dei rapporti personali.
La strategia del silenzio istituzionale
La scelta strategica del governo italiano risponde alla necessità di stabilizzare l’interlocuzione con Washington, superando la logica delle reazioni immediate. Le autorità diplomatiche di Roma ricordano come i tentativi di proclamare un definitivo disgelo durante il precedente vertice di Evian non abbiano prodotto i risultati sperati, a causa dell’altalenante imprevedibilità delle posizioni statunitensi.
L’obiettivo primario della delegazione italiana ad Ankara consiste quindi nel dimostrare l’affidabilità del Paese attraverso l’adempimento dei vincoli finanziari assunti in sede alleata. La controversia sulle quote di Pil destinate alla difesa unisce l’Italia ad altre grandi cancellerie europee, finite anch’esse nel mirino delle contestazioni della Casa Bianca. Trump ha infatti esteso le sue critiche a un blocco omogeneo di nazioni, affermando pubblicamente: “Ma perché stiamo spendendo centinaia di miliardi di dollari e loro non sono lì per noi?”.
Gli impegni finanziari dell’asse europeo
Questa contestazione globale si riflette direttamente sulla composizione della cena di Ankara, dove siedono i rappresentanti dei quattro Paesi europei maggiormente criticati da Washington: Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna. Per la presidenza del Consiglio, evitare la sovraesposizione mediatica e sottrarsi a nuove polemiche pubbliche rappresenta la condizione essenziale per tutelare gli interessi strategici nazionali.
In un contesto geopolitico che impone il consolidamento dell’Alleanza Atlantica, la diplomazia italiana punta sulla concretezza dei programmi industriali e militari congiunti, cercando di depotenziare la retorica dei personalismi e di ricondurre il dibattito sui binari di un pragmatismo istituzionale condiviso.
