“Trump aveva ragione”, Rutte si inchina ad Ankara mentre Erdogan festeggia l’ok agli F-35

Il capo della Casa Bianca minaccia il disimpegno militare in Europa, criticando la scelta italiana di non intervenire militarmente contro l’Iran nel Golfo Persico.

Mark Rutte

Mark Rutte

“Trump aveva ragione”, Rutte si inchina ad Ankara mentre Erdogan festeggia l’ok agli F-35. La frase, pronunciata dal segretario generale della Nato in un’intervista al podcast “The Conversation with Dasha Burns” e ripresa da Politico, fotografa lo spirito con cui l’ex premier olandese ha attraversato il vertice dell’Alleanza atlantica in corso ad Ankara: non lo scontro, ma la lusinga istituzionale, nel tentativo di trattenere Washington dentro un’architettura di sicurezza che il presidente americano continua a mettere pubblicamente in discussione. Mentre Rutte rivendicava i meriti di Trump sull’aumento della spesa militare degli alleati, Recep Tayyip Erdogan incassava sul terreno concreto della vendita d’armi: la promessa, ribadita dallo stesso Trump, di cinque caccia F-35 per l’aviazione turca.

L’elogio di Rutte al presidente Usa

Nel colloquio con Politico, il segretario generale ha definito il vertice di Ankara “rivoluzionario” per l’Alleanza, sottolineando che gli alleati europei e il Canada investono ormai circa il 4% del proprio Pil nella difesa e nella sicurezza, un anno dopo l’avvio del progetto decennale lanciato all’Aia. “Mi piace semplicemente quell’uomo. Penso che ciò che sta facendo per la Nato sia un’ottima notizia”, ha dichiarato Rutte, attribuendo proprio alla pressione di Trump l’accelerazione di un riequilibrio della spesa militare richiesto, ha ricordato, “fin dai tempi del presidente Eisenhower”. Il segretario generale ha comunque provato a bilanciare l’apertura al presidente americano con un messaggio di continuità verso Kiev: “Continueremo il nostro solido sostegno all’Ucraina, il nostro impegno resta fermo e incrollabile”.

Ankara incassa la promessa sui caccia

Sul fronte turco, Erdogan ha rivendicato un risultato concreto dal bilaterale con Trump: “Abbiamo ricevuto l’impegno per cinque aerei” F-35, ha dichiarato il presidente turco, aggiungendo che l’omologo americano “ha dato la sua parola” e “mantiene sempre la parola data”. Trump, ricevuto ad Ankara con una cerimonia d’accoglienza allestita nel segno dell’amicizia bilaterale, ha ricambiato l’apertura definendo la Turchia “più leale di tanti altri Paesi che avremmo pensato sarebbero stati leali” e annunciando l’intenzione di revocare le sanzioni imposte al Paese: “Non vogliamo sanzionare gli amici”.

Il possibile via libera ai caccia di quinta generazione incontra tuttavia la ferma opposizione israeliana. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivelato alla Cnn di aver chiesto direttamente a Trump di bloccare la cessione, definendo la Turchia “uno Stato non interessato a mantenere la pace e la stabilità” e il governo di Erdogan “un regime corrotto dai Fratelli Musulmani, che odia gli Stati Uniti” — riferimento al movimento islamista fondato in Egitto nel 1928, bandito in diversi Paesi dell’area ma non in Turchia, dove gode dell’appoggio dell’esecutivo di Ankara.

Il fronte aperto con gli alleati europei

Al di là dell’asse con Erdogan, Trump ha usato il vertice per rilanciare le accuse contro i partner storici, sostenendo che Italia, Francia, Germania e Regno Unito abbiano “voltato le spalle” agli Stati Uniti rifiutando di sostenere Washington durante il conflitto con l’Iran. “Stavo mettendo alla prova gli alleati”, ha detto il presidente, includendo tra i bersagli anche Giorgia Meloni, definita “una brava persona” ma colpevole, a suo dire, di non essere “stata” al fianco degli Stati Uniti in quella circostanza. Meloni, seduta alla cena ufficiale del vertice allo stesso tavolo di Trump, Erdogan, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del presidente francese Emmanuel Macron e del premier britannico Keir Starmer, ha scelto la sobrietà, liquidando le domande dei cronisti con una sola espressione: “rapporti cordiali”.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha cercato di ridimensionare la polemica, definendo “solidi” i rapporti tra Italia e Stati Uniti “al di là delle battute” di questi giorni e rivendicando la qualità del dialogo con il segretario di Stato Marco Rubio, incontrato a margine del summit. Tajani ha inoltre respinto le accuse di subalternità di Roma verso Washington, richiamando il ruolo italiano nel processo diplomatico mediorientale in vista del vertice previsto nella capitale tra Stati Uniti, Israele e Libano.

Groenlandia e il ritiro delle truppe

Trump ha aggiunto ulteriori motivi di frizione con gli europei, tornando a rivendicare il controllo statunitense sulla Groenlandia, “importante per gli Usa”, e paventando un possibile ritiro dei soldati americani dal Continente. La premier danese Mette Frederiksen ha replicato senza ambiguità: “La Groenlandia non è in vendita”, pur lasciando aperta la cooperazione con Washington sulla sicurezza artica.

Sul dossier ucraino, Trump ha mostrato un tono più concreto, sostenendo che sia Volodymyr Zelensky sia Vladimir Putin vogliano raggiungere un’intesa. Lo stesso Zelensky, ad Ankara per il summit, ha chiesto un incremento della pressione su Mosca dopo l’intensificazione dei bombardamenti russi sulla capitale ucraina: “Vediamo la debolezza della Russia, ma non è sufficiente. Servono più sistemi di difesa antimissile balistica e più sanzioni”. Il premier canadese Mark Carney ha annunciato un nuovo pacchetto da 925 milioni di dollari per Kiev, mentre la Germania punta a un accordo tra gli europei per garantire 70 miliardi di euro l’anno all’Ucraina sia nel 2026 sia nel 2027.