Dl carburanti passa al Senato, scintille in aula su accise e deficit-Pil

L’assemblea di palazzo Madama approva (83 sì, 53 no) in prima lettura il provvedimento d’emergenza sui prezzi dei combustibili, con le opposizioni che chiedono a gran voce la presenza del ministro Giorgetti.

Senato

Aula del Senato

Il decreto carburanti supera il primo scoglio parlamentare al Senato, ma l’aula di palazzo Madama si trasforma per ore in un ring: l’opposizione sfida il Governo su accise, debito e rimpasti, la maggioranza replica con i numeri di quattro anni fa. Il voto finale, 83 favorevoli contro 53 contrari, fotografa una maggioranza solida ma un clima politico tutt’altro che disteso.

Il provvedimento è il primo di una serie che il Governo ha predisposto per fronteggiare i rincari di carburanti abbattutisi su consumatori e imprese italiane dopo l’attacco militare di Israele e Stati Uniti contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran. Un’emergenza energetica che ha imposto tempi rapidi e misure straordinarie, ma che in aula ha trovato terreno fertile per il duello politico.

L’opposizione attacca su accise e Giorgetti

Ad aprire il fuoco è Cristina Tajani del Pd, che contesta il no del Governo all’emendamento sulle “accise mobili”, parlando di “tagli lineari inaccettabili” e lamentando che il Parlamento abbia conosciuto i contenuti dei tagli solo all’ultimo momento. La risposta della maggioranza è affidata a Massimiliano Romeo, presidente dei senatori della Lega, che ribalta la provocazione: “Se foste stati voi al governo, cos’avreste fatto? Soprattutto, dove avreste preso i soldi? È facile parlare, infatti, quando si è all’opposizione”.

Il capogruppo dem Francesco Boccia alza il tiro, denunciando “balletti” nella maggioranza su emendamenti presentati e poi ritirati — “uno spettacolo indecoroso”, taglia corto — e ironizzando sulle nomine governative: “Han deciso di fare un rimpasto senza chiamarlo tale e quindi piovono sottosegretari come se non ci fosse un domani”. Il relatore Giorgio Salvitti prova a smorzare, spiegando che si tratta di proposte tecniche del comitato per la legislazione, non di iniziative politiche di gruppo.

Nell’aula rimbalza nel frattempo la notizia della certificazione Eurostat del rapporto debito-Pil italiano: l’istituto statistico europeo esclude la fine anticipata della procedura di infrazione Ue, fornendo all’opposizione — M5S, AVS e Pd in testa — un ulteriore argomento contro il Governo. Risuona forte la richiesta di presenza in aula del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, accusato apertamente di “fallimento”.

Lo scontro sulla memoria storica

Il dibattito si incendia quando Stefano Patuanelli del M5S ricorda che “nel Governo Draghi vennero allocate risorse per circa 9 miliardi per il taglio delle accise sui carburanti” e prende di mira direttamente la Lega: “Vorrei ricordare al capogruppo Romeo che per il 70 per cento della passata legislatura, la Lega, se non se n’è accorta, era al Governo”. La frecciata è precisa e non resta senza risposta.

Il presidente dei senatori di FdI replica rivendicando che, rispetto all’epoca di Draghi, “oggi i prezzi della benzina sono più bassi di quattro anni fa, nonostante le guerre in corso siano due”, e scarica la responsabilità dei rincari sulle “politiche dell’Unione europea”. L’affondo finale è diretto: “Causare i problemi e poi prendersela con chi sta rimediando con successo e con numeri oggettivamente migliori di quattro anni fa è una cosa disonesta che non accettiamo”.

La capogruppo di Italia Viva Raffaella Paita risponde con sarcasmo: “Non so dove viva il collega Malan, evidentemente in una zona franca dove il gasolio e la benzina non sono aumentati”. Le toni salgono ulteriormente con Michaela Biancofiore di Cd’I-NM, che parla di parole “indegne” e punta il dito sul passato: “Evidenzio la disonestà intellettuale di rivolgersi al popolo italiano, che sa benissimo che, se le casse sono vuote, è per quello che ci portiamo dietro dai precedenti Governi”. Per Lavinia Mennuni di FdI, infine, occorre “collegarsi con il resto d’Europa e il resto del mondo” prima di svolgere “interventi scomposti, surreali e scollegati dalla realtà”.

Il fuori programma e Casini

A chiudere una seduta già sopra le righe ci pensa un fuori programma procedurale. La vicepresidente di turno Anna Rossomando del Pd viene bacchettata dalla capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi, che richiama il protocollo: i senatori dovrebbero rivolgersi alla presidenza, non direttamente ai colleghi. Insorge Pier Ferdinando Casini, oggi iscritto al gruppo del Pd, ex presidente della Camera e tra i parlamentari di maggiore esperienza dell’emiciclo: “Questa storia che, quando si parla in quest’Aula, bisogna rivolgersi alla presidenza per parlare ai colleghi non sta né in cielo né in terra ed è contraria al buonsenso”. Una chiosa involontariamente comica per una seduta che, nei toni, ha detto molto più del voto finale.