Hormuz, energia e bilanci: il summit di Nicosia ridefinisce i confini dell’autonomia strategica europea. Meloni a Cipro

Zelensky interverrà da remoto, i leader di Egitto, Libano, Giordania e Siria si siederanno a pranzo con i Ventisette, e l’Italia si presenta con i margini di flessibilità fiscale bloccati proprio mentre il dossier della difesa esige risorse straordinarie.

bruxelles

Cipro non è una sede casuale. È l’isola che ha già toccato con mano la guerra per procura quando i droni contro la base britannica della Raf ad Akrotiri — ai primi di marzo — hanno trasferito il conflitto irano-israeliano nel Mediterraneo di casa europea. Da quella base simbolica, i ventisette capi di Stato e di governo dell’Unione avviano un doppio negoziato: verso est, per la de-escalation e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz; verso l’interno, per trovare i miliardi del prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Due fronti, un solo vertice informale ospitato in virtù del semestre di presidenza cipriota.

L’agenda si divide tra urgenze geopolitiche e architettura finanziaria. Domani sera ad Agia Napa, sulla costa balneare orientale dell’isola, i lavori si aprono alle 19 ora locale con un intervento in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky — in coincidenza con la concretizzazione del prestito europeo da 90 miliardi a Kiev. Venerdì il trasferimento a Nicosia, nei palazzi istituzionali, per il Quadro finanziario pluriennale e per il pranzo con i leader di Egitto, Libano, Giordania, Siria e il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Meloni a Cipro senza margini fiscali

Giorgia Meloni arriva con una postura più eurocentrica rispetto ai mesi scorsi e un rapporto con Washington complicato dalle critiche dirette di Donald Trump. Il vertice di Parigi ha certificato la sua disponibilità a un interventismo più deciso nello Stretto di Hormuz e in Libano per il dopo-Unifil. Ma i numeri del bilancio pubblico stringono. Il rapporto deficit/Pil al 3,1% esclude l’uscita dalla procedura di infrazione, e quindi l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale che consentirebbe agli Stati membri maggiore flessibilità di spesa — proprio quella necessaria per tradurre in stanziamenti concreti gli impegni sulla difesa.

Il dossier energetico è l’altro nodo. Da tempo Roma insiste sulla sospensione del sistema europeo per lo scambio di emissioni sul termoelettrico. “Una battaglia che stiamo conducendo in Europa e che ci porterà tra qualche giorno al Consiglio europeo a riproporre alcune proposte che consideriamo fondamentali nell’attuale crisi”, ha dichiarato la presidente del Consiglio a Milano. La strada è in salita: il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen, presentando il piano Accelerate Eu, ha definito l’Ets un “successo” e “il motore principale della decarbonizzazione dell’Europa”. Difficile immaginare un cedimento della Commissione su questo punto.

L’articolo 42.7 entra in gioco

È tra gli obiettivi dichiarati della presidenza cipriota: dare concretezza all’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, la clausola di difesa reciproca che obbliga tutti i ventisette Stati membri ad assistersi in caso di aggressione armata. Il testo è netto — “aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione” — ma non è mai stato applicato, e l’assenza di regole attuative lo ha reso finora uno strumento puramente teorico. L’attacco ai droni su Akrotiri ha trasformato il caso ipotetico in emergenza reale, almeno sul piano politico.

Un vertice di volti che cambiano

Il summit è anche il primo Consiglio europeo senza Viktor Orban al tavolo. Il premier ungherese, pur essendo ancora formalmente in carica per il disbrigo degli affari correnti dopo la sconfitta elettorale, ha scelto di non partecipare. A questo si aggiunge la recente vittoria di Rumen Radev in Bulgaria. La mappa politica dell’Unione si ridisegna in modo silenzioso ma sostanziale: i due leader che più avevano frenato le posture unitarie su Russia, Iran e spese militari escono o si indeboliscono proprio mentre l’agenda impone decisioni difficili e vincolanti.

Il pranzo di venerdì a Nicosia con i leader regionali — Egitto, Libano, Giordania, Siria e il Consiglio del Golfo — è il segnale più chiaro di come l’Ue intenda muoversi: non come spettatore della crisi mediorientale, ma come interlocutore politico con peso specifico nel quadrante. Se quella ambizione troverà risorse e strumenti operativi è la domanda che i due giorni ciprioti non potranno eludere.