D’Alema avverte il campo largo: prima delle primarie pensarci tre volte, in gioco c’è il Quirinale

La vittoria al referendum sulla separazione delle carriere ha aperto nel centrosinistra una questione che va ben oltre la gestione del successo: chi guida la coalizione, come si sceglie e, soprattutto, a quale costo.

Massimo D'Alema

Massimo D'Alema

La vittoria al referendum sulla separazione delle carriere ha aperto nel centrosinistra una questione che va ben oltre la gestione del successo: chi guida la coalizione, come si sceglie e, soprattutto, a quale costo. Massimo D’Alema ha convocato le sue interlocutrici e ha detto con la consueta franchezza ciò che in molti pensano sottovoce. Il risultato è un seminario che si intitola “La destra guida un’Italia immobile”, ma che di fatto funziona da laboratorio politico per il centrosinistra post-referendario.

Il seminario come sede di chiarimento

Il parterre è composto da Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera, Maria Elena Boschi, Chiara Appendino e Elisabetta Piccolotti. Di fatto, tutto il campo largo. L’assenza più significativa è quella di Elly Schlein, citata però indirettamente da Appendino con una parafrasi che funziona anche da puntualizzazione: “Non basta essere testardamente uniti, ma serve essere testardamente coerenti”. Braga, da parte sua, indica la priorità: costruire una “visione alternativa” alla destra, “anteponendo questa urgenza a ogni discussione su guide e modalità di selezione della leadership”. La gerarchia è chiara. Prima il programma, poi i nomi.

D’Alema frena sulle primarie

D’Alema non cita mai la parola primarie. Non ce n’è bisogno. Quando afferma che “prima di introdurre dinamiche laceranti ci penserei non una o due, ma tre volte”, il riferimento è trasparente a chiunque segua il dibattito interno della coalizione dal giorno dopo il voto referendario. L’unità, dice, “è indispensabile” ma “va preservata”.

Non è una difesa dell’immobilismo: è la richiesta di non bruciare il capitale accumulato in uno scontro di leadership che potrebbe rivelarsi più costoso del previsto. Sull’Ulivo, evocato in questi giorni per il trentesimo anniversario della vittoria su Berlusconi, D’Alema è tagliente: “Non si può pensare di giocare a dama quando si gioca a scacchi”. La legge elettorale è cambiata, il contesto è radicalmente diverso, e la nostalgia non è una strategia.

Il profilo del leader ideale

C’è però un equilibrio da trovare, e D’Alema ne descrive la geometria con precisione. La coalizione non può essere una “reductio ad unum”: con la legge elettorale vigente serve “articolazione di opinioni e di identità” per attrarre elettori attorno a uno schieramento che vuole governare. Il rischio opposto è che questa articolazione diventi centrifuga.

Chi guiderà il campo largo dovrà mantenere insieme pluralismo e coesione, senza che il primo distrugga la seconda. D’Alema descrive questo compito con parole che suonano come un identikit: “Richiede sapienza, senso della misura, capacità di individuare, di costruire una fase”. Non è una candidatura. È uno standard.

La posta in gioco: il Quirinale

L’argomento finale è il più pesante. D’Alema ricorda che i voti ottenuti al referendum non sono un patrimonio acquisito: chi ha votato “no” non si trasforma automaticamente in elettore del centrosinistra alle politiche. Ma c’è una leva aggiuntiva, di natura istituzionale. “Le prossime elezioni avranno una rilevanza costituzionale”, dice. Il nuovo Parlamento eleggerà il successore di Sergio Mattarella.

“Noi abbiamo garantito per trent’anni di seconda repubblica una guida democratica al vertice dello stato”, aggiunge, lasciando alla platea il compito di immaginare gli scenari alternativi. Questo fattore, sostiene, “potrà portare a votare anche una parte di quelli che non hanno una fiducia così forte nei confronti delle proposte dell’opposizione”. Il voto che verrà, insomma, “assume un significato che va oltre la sfida del governo”. È un argomento che può unire il campo largo più di qualsiasi primaria. E D’Alema lo sa.