Il decreto sicurezza di Meloni alla prova finale: voto di fiducia passato e scontro aperto con il Quirinale
Il provvedimento del governo, nato il 5 febbraio al Consiglio dei ministri dopo una lunga gestazione, approda venerdì alla Camera per l’approvazione definitiva, con la norma sui compensi agli avvocati per i rimpatri che ha innescato una tensione inedita tra Palazzo Chigi e il Colle.
Giorgia Meloni
Il decreto sicurezza del governo Meloni è alla resa dei conti parlamentare. Varato il 5 febbraio al Consiglio dei ministri, firmato dal Capo dello Stato quasi venti giorni dopo e cresciuto da 33 a 38 articoli nel passaggio al Senato, arriva venerdì alla Camera per il voto definitivo. La fiducia è già incassata — 203 sì, 117 no, tre astenuti — ma il braccio di ferro con il Quirinale sulla norma che vincola i compensi degli avvocati all’avvenuto rimpatrio dei migranti rimane aperto. Un Consiglio dei ministri ad hoc è atteso per lo stesso giorno, con il compito di trovare una soluzione entro i paletti fissati dal Colle.
Il percorso del provvedimento è stato, per ammissione di tutti i protagonisti, tutt’altro che lineare. La moral suasion del Quirinale è intervenuta già in fase di gestazione: prima sull’emendamento della Lega relativo agli sfratti per le seconde case, poi sulla norma dei compensi ai legali. Sul fronte parlamentare, il decreto è arrivato in aula sia al Senato che alla Camera senza mandato al relatore, il che ha impedito l’esame della gran parte degli emendamenti. In Senato la fiducia non è stata posta per consentire al centrodestra di correggere l’articolo 1 sui coltelli, che presentava criticità sul criterio del “giustificato motivo”. Alla Camera, invece, la fiducia è arrivata come tagliola sui tempi, con la discussione generale chiusa in anticipo mentre le opposizioni occupavano i banchi del governo.
Il nodo irrisolto dei rimpatri
Il punto più controverso resta la questione dei rimpatri dei migranti, definita dalla stessa premier Giorgia Meloni un problema da risolvere con “buon senso”. La scelta di affrontarlo solo dopo l’approvazione del decreto — con un provvedimento separato — non dissipa le incertezze. A cominciare dalle coperture finanziarie: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ammesso che non sono ancora state individuate. La norma incriminata, introdotta in Senato con un emendamento unitario del centrodestra a prima firma del senatore di Fratelli d’Italia Lisei, si accompagna a un’altra misura già nel testo originario che cancella il gratuito patrocinio per i ricorsi contro i provvedimenti di espulsione — rivendicata dalla maggioranza ma giudicata da più addetti ai lavori di difficile applicazione concreta.
Le opposizioni hanno attaccato il provvedimento nel complesso, definendolo “incostituzionale”, un “decreto paura”, “panpenalista” e “repressivo”, accusandolo di colpire il “diritto al dissenso e a manifestare” e di essere un “attacco allo Stato di diritto”. Il centrodestra ha risposto con il lessico che gli è congeniale: sicurezza, legalità, contrasto all’immigrazione irregolare. Un asse Fdi-Lega che ha tenuto per tutta la durata dell’iter, con la compattezza che caratterizza i provvedimenti-bandiera di questa legislatura.
Cortei, sanzioni e fermo preventivo
Sul fronte dell’ordine pubblico, la misura più discussa è il “fermo preventivo” durante le manifestazioni. Inizialmente il governo aveva ipotizzato fino a 24 ore; dopo l’intervento del Quirinale la durata massima è scesa a 12 ore. Il fermo può essere disposto in presenza di un “attuale” pericolo per la sicurezza pubblica, sulla base di “elementi di fatto” che includono il possesso di oggetti sospetti o precedenti penali per reati commessi con violenza in occasione di manifestazioni nei cinque anni precedenti. L’immediata notizia va data al pubblico ministero, che può ordinare il rilascio se le condizioni non sussistono. Per i minori è prevista l’informazione ai genitori “senza ritardo”.
Vengono depenalizzate alcune condotte legate alle manifestazioni, ma le sanzioni amministrative schizzano verso l’alto. Chi non rispetta le limitazioni alla circolazione, cambia itinerario non autorizzato, nasconde il proprio volto o “turba il pacifico svolgimento di una riunione in luogo pubblico” rischia multe salatissime, fino a un massimo di 20.000 euro per chi disobbedisce all’ordine di scioglimento. La punibilità per il mancato preavviso all’autorità si estende anche ai promotori che operano tramite reti, piattaforme — pubbliche o private — o gruppi chiusi di utenti. Si amplia anche il perimetro del DASPO urbano, applicabile nelle nuove “zone a vigilanza rafforzata” individuate dal prefetto: colpisce chi realizzi comportamenti “violenti, minacciosi o insistentemente molesti” e chi risulti anche solo denunciato o condannato, anche con sentenza non definitiva, per reati con arresto in flagranza negli ultimi cinque anni.
Baby gang, coltelli e scudo penale
Sul fronte della criminalità giovanile, il decreto introduce una nuova fattispecie per il porto ingiustificato di coltelli e strumenti da taglio: reclusione fino a tre anni, più una sanzione pecuniaria a carico dei genitori in caso di reati commessi da minori. Il Senato ha aggiunto l’aggravante per fatti commessi su treni e altri mezzi di trasporto e ha modificato il decreto Caivano introducendo una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per chi esercita la responsabilità genitoriale su soggetti destinatari dell’ammonimento del questore.
Arriva poi lo “scudo” per i reati commessi in presenza di una causa di giustificazione: se appare “evidente” che il fatto rientri in questa categoria, l’iscritto nel registro degli indagati finisce in un registro separato. La misura, inizialmente pensata per le forze dell’ordine, è stata estesa a tutti. Il centrodestra l’ha invocata dopo l’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, ucciso dall’agente Carmelo Cinturrino che aveva invocato la legittima difesa, tesi poi smentita dalle indagini. Altre novità riguardano lo spaccio continuativo di stupefacenti — non più qualificabile come fatto di lieve entità —, il nuovo reato di fuga ai controlli stradali con arresto in flagranza differita e la stretta sull’attività abusiva di parcheggiatore.
Il pacchetto migranti e le norme finali
Sul fronte migratorio, il decreto allarga l’obbligo di cooperazione per l’accertamento dell’identità anche allo straniero detenuto o internato, proroga fino al 2028 le deroghe per il potenziamento della rete dei centri di accoglienza e dei Centri di permanenza per il rimpatrio, semplifica le modalità di notifica degli atti ai richiedenti protezione internazionale e introduce disposizioni su respingimento, espulsione e rimpatrio. Il pacchetto che comprende il cosiddetto “blocco navale” è stato scorporato in un disegno di legge separato, il cui iter non è ancora iniziato.
Gli organici e la tutela legale delle forze dell’ordine trovano spazio nelle ultime disposizioni, con due aggiunte approvate a Palazzo Madama: la proroga al 31 dicembre dell’incarico del comandante della Guardia di finanza Andrea De Gennaro e l’estensione a due anni del mandato del vicecomandante dei carabinieri. Venerdì, dunque, il decreto arriverà al traguardo. Ma il cantiere — almeno sulla questione rimpatri — rimarrà aperto.
