Il viaggio della speranza si inverte: l’Occidente malato ora guarda alle cliniche cinesi
Diagnosi, esami e operazioni completati in pochi giorni: italiani, britannici e statunitensi scelgono i grandi poli ospedalieri cinesi mentre Pechino punta sul turismo sanitario per ridurre il deficit commerciale nei servizi.
C’era un tempo in cui i cinesi più abbienti, per accedere a cure affidabili, affrontavano traversate intercontinentali verso ospedali europei o nordamericani. Quel flusso non si è arrestato, ma si è affiancato a un altro, di segno opposto e di portata crescente. Pazienti stranieri — europei, australiani, nordamericani — varcano oggi la frontiera cinese non per turismo né per affari, ma per curarsi. Il fenomeno è ancora limitato nelle dimensioni assolute, ma la direzione è inequivocabile, e il suo valore simbolico supera di gran lunga quello statistico.
I dati diffusi dalla Commissione nazionale sanitaria cinese e ripresi dalla stampa internazionale delineano una curva in accelerazione. I principali ospedali del paese hanno registrato circa 1,28 milioni di visite di pazienti internazionali nel 2025, con un incremento del 73,6 per cento rispetto a tre anni prima. Nel medesimo arco di tempo, il numero di pazienti provenienti da Europa e Nord America sarebbe raddoppiato. Cifre ancora modeste se confrontate con i grandi poli asiatici del turismo sanitario, ma sufficienti a segnalare un cambio di passo nella strategia cinese di sviluppo dei servizi ad alto valore aggiunto.
La velocità come argomento di vendita
Il fattore che ricorre con maggiore frequenza nelle testimonianze dei pazienti stranieri non è il costo, né la reputazione scientifica dei medici. È il tempo. Mentre nei sistemi sanitari occidentali — compreso quello italiano — l’attesa per una prima visita specialistica si misura in settimane o mesi, nelle metropoli cinesi l’intero percorso diagnostico e terapeutico può concentrarsi in pochi giorni. Diagnosi, esami strumentali, intervento chirurgico: una sequenza che altrove richiederebbe un semestre, a Shanghai o Pechino si esaurisce talvolta in una settimana.
Wu Peng, ortopedico del X Ospedale del Popolo di Shanghai, ha illustrato al South China Morning Post il caso di un paziente statunitense con lesione del legamento crociato anteriore, operato a sette giorni dalla prima visita. «È la China speed», ha commentato il medico, ricorrendo a una formula che nel lessico locale descrive la capacità del sistema di comprimere i tempi senza sacrificare la qualità. Lo stesso Wu ha riferito di un aumento sensibile, nell’ultimo anno, di pazienti provenienti dal Regno Unito, dall’Irlanda e dall’Australia — spesso appartenenti alla diaspora cinese — con una frequenza passata da episodi sporadici a circa un intervento a settimana.
Il dato non è isolato. Un rapporto dell’Associazione degli ospedali cinesi stimava che nel 2024 circa 850 strutture distribuite in 57 città della Cina continentale offrissero servizi medici internazionali. Si tratta per lo più di reparti dedicati all’interno di ospedali di eccellenza: un’offerta strutturata, ma ancora in fase iniziale, frenata da ostacoli concreti. La scarsa integrazione con le assicurazioni sanitarie globali rimane il principale deterrente, insieme alle barriere linguistiche e alla limitata conoscenza, fuori dalla Cina, delle strutture disponibili. «Per passare da importatore netto a esportatore netto di servizi medici c’è ancora molta strada», ha osservato Xia Ri, ricercatore della società di consulenza Anbound, con un realismo che la retorica ufficiale tende a smorzare.
Hainan come laboratorio del futuro
All’interno del paese emergono poli di specializzazione. Il caso più citato è la Boao Lecheng International Medical Tourism Pilot Zone, sull’isola di Hainan: 413.700 visite di turismo sanitario nel 2024, il 36,8 per cento in più rispetto all’anno precedente, con pazienti provenienti da Canada, Russia, Indonesia, dagli Emirati Arabi Uniti e da paesi europei tra cui la Spagna. La zona franca sanitaria di Hainan funziona come banco di prova per politiche che Pechino intende poi estendere al resto del paese: autorizzazioni accelerate per farmaci non ancora approvati a livello nazionale, ingresso di capitali stranieri nel settore ospedaliero, sperimentazione di modelli di rimborso internazionale.
Per l’Italia e per l’Europa in senso più ampio mancano serie statistiche pubbliche disaggregate, ma i segnali qualitativi indicano una crescita. Fonti ospedaliere cinesi citano casi di pazienti italiani e britannici che si sono recati a Shenzhen per terapie oncologiche mirate, attratti dalla disponibilità di protocolli non ancora accessibili nei rispettivi paesi di residenza. La facilitazione dei viaggi contribuisce alla mobilità sanitaria: l’ingresso senza visto per soggiorni fino a trenta giorni, esteso ai cittadini italiani fino al 31 dicembre 2026, abbatte le barriere logistiche per visite, controlli periodici e seconde opinioni mediche. Nel 2025, secondo l’Amministrazione nazionale dell’immigrazione, gli ingressi stranieri senza visto in Cina hanno raggiunto i 30,08 milioni, pari al 73 per cento del totale degli arrivi internazionali.
Il confronto con i rivali asiatici
Il quadro competitivo ridimensiona entusiasmi prematuri. La Corea del Sud ha ricevuto 1,17 milioni di pazienti stranieri nel 2024, trainata da dermatologia e chirurgia estetica, settori in cui il vantaggio reputazionale è consolidato da anni. La Tailandia ha accolto circa 2,86 milioni di turisti per cure mediche nel 2023 — quasi un decimo di tutti i visitatori stranieri — con ricavi stimati in 850 milioni di dollari. Malaysia e Singapore restano destinazioni strutturate, con ospedali che comunicano in inglese, adottano standard assicurativi internazionali e non richiedono al paziente straniero alcun adattamento culturale significativo.
La Cina parte con uno svantaggio di partenza su tutti questi fronti, ma sta investendo per colmarlo. Shenzhen ha avviato programmi per segnaletica e consulti bilingui, prenotazioni semplificate, reparti dedicati e fatturazione diretta con assicurazioni estere. Pechino ha lanciato quaranta pacchetti di turismo sanitario internazionale incentrati sulla medicina tradizionale, affiancati da una linea telefonica in inglese con interpretariato in tempo reale. Terapie come agopuntura, moxibustione e massaggio tuina attirano pazienti stranieri — spesso durante soggiorni già turistici — in località come Sanya e Suifenhe, dove l’offerta terapeutica si intreccia con quella ricettiva.
La posta in gioco macroeconomica
L’espansione del turismo sanitario in entrata si inserisce in una strategia più ampia di riequilibrio della bilancia dei servizi. La Cina registra storicamente un deficit in questo comparto: nel 2025 tale disavanzo è sceso a 828,7 miliardi di yuan — circa 102 miliardi di euro — a fronte di scambi totali per 8.080 miliardi di yuan, in crescita del 7,4 per cento. Attrarre pazienti stranieri che pagano privatamente nei reparti internazionali degli ospedali pubblici significa acquisire valuta pregiata, ma anche, secondo gli operatori del settore, finanziare ricerca, tecnologie e ammodernamento delle strutture.
Per accelerare questa transizione, Pechino ha autorizzato programmi pilota in otto città e a Hainan per consentire la costituzione di ospedali interamente a capitale straniero. L’obiettivo dichiarato è duplice: attrarre talenti e competenze globali, e adeguare l’offerta sanitaria alle esigenze di una popolazione — cinese e straniera — sempre più mobile sul piano internazionale. La maggioranza dei pazienti stranieri che oggi si curano in Cina è ancora composta da espatriati residenti nel paese o da membri delle comunità cinesi d’oltremare: coloro che viaggiano appositamente dall’estero per ricevere cure rappresentano ancora una minoranza. Ma è precisamente quella minoranza che Pechino vuole trasformare in una corrente strutturata. La direzione è tracciata; i tempi restano incerti.
