Vance a Islamabad per trattare con Teheran: Trump insiste sull’ultimatum e seppellisce l’eredità nucleare di Obama
Donald Trump
Resta appeso a un filo il negoziato tra Washington e Teheran. JD Vance è partito alla volta di Islamabad con Jared Kushner e Steve Witkoff per un round di colloqui che dovrebbe aprirsi oggi, mentre Trump fissa la scadenza del cessate il fuoco a mercoledì sera e avverte: nessuna proroga senza accordo.
L’Iran, per bocca del presidente Pezeshkian e del negoziatore Ghalibaf, respinge la logica della resa e condiziona la propria partecipazione alla riapertura dei porti bloccati dagli Stati Uniti. Sullo sfondo, lo Stretto di Hormuz semiparalizzato, il petrolio in risalita e Xi Jinping che chiede a Riad di tenere aperte le vie marittime.
L’ultimatum e la postura americana
Trump ha scelto il tono del negoziatore duro. In una serie di dichiarazioni rilasciate tra Bloomberg, New York Post e Truth, il presidente americano ha delineato la propria postura senza margini apparenti di ambiguità: il cessate il fuoco scade mercoledì sera, un’estensione è “altamente improbabile” in assenza di firma, e Hormuz resterà sotto blocco navale americano fino a quando un accordo non sarà nero su bianco.
Eppure, nello stesso respiro, Trump ha ostentato flemma tattica: “Non ho intenzione di farmi mettere fretta. Abbiamo tutto il tempo del mondo”. Una contraddizione solo apparente – la pressione del calendario come leva, la calma come postura negoziale. Su Truth ha poi rivendicato la superiorità del proprio approccio rispetto al JCPOA di Obama: l’accordo in gestazione, ha scritto, “porterà pace e sicurezza per Israele, il Medio Oriente, l’Europa, l’America e tutto il mondo”.
Affermazione vasta quanto improbabile, ma funzionale alla narrativa interna. Ha anche ribadito la disponibilità a un incontro diretto con la leadership iraniana: “Non ho alcun problema a incontrarli”, ha detto, aprendo una porta che Teheran non ha ancora varcato.
Islamabad nel mezzo: la mediazione pakistana
Il Pakistan si è ritagliato un ruolo di primo piano. Il generale Asim Munir, capo dell’esercito e figura centrale nel facilitare i colloqui, avrebbe riferito direttamente a Trump che il blocco dei porti iraniani rappresenta l’ostacolo più immediato alla via diplomatica: lo riporta Reuters citando fonti vicine ai negoziati.
La scelta di Islamabad come sede non è casuale – la capitale pakistana mantiene canali aperti con entrambe le parti e ha tutto l’interesse a presentarsi come attore stabilizzatore nella regione. La città ha risposto alla posta in gioco rafforzando visibilmente la sicurezza: chiusure stradali, filo spinato, barricate. Il segnale materiale di quanto sia alta la tensione attorno a un tavolo che formalmente non è ancora aperto.
Teheran tra apertura tattica e linea dura
Sul fronte iraniano la comunicazione è deliberatamente opaca. Secondo il New York Times, che cita fonti di Teheran, l’Iran sarebbe pronto a riprendere i colloqui martedì con una delegazione guidata da Mohammad-Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento e capo negoziatore. Ma i media ufficiali iraniani tacciono: nessuna conferma della partecipazione, nessuna smentita esplicita.
Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei aveva già lasciato aperta la questione, definendo “incerto” l’arrivo del team in Pakistan. Ghalibaf stesso, su X, ha alzato i toni: “Trump, con l’imposizione del blocco e la violazione del cessate il fuoco, vuole trasformare questo tavolo in un tavolo di resa”. E ancora: “Nelle ultime due settimane ci siamo preparati per rivelare nuove carte sul campo di battaglia”.
Il presidente Pezeshkian ha tenuto una postura analoga – aperta in linea di principio, rigida sui contenuti: “Ogni via razionale e diplomatica dovrebbe essere percorsa”, ma “l’approccio non costruttivo e contraddittorio dei funzionari americani lancia un messaggio amaro: cercano la resa dell’Iran”. Il popolo, ha assicurato, “non si piegherà alla coercizione”.
Il nodo Hormuz e il petrolio che sale
Il sequestro della nave cargo iraniana Touska nel Golfo dell’Oman ha riacceso le tensioni nello Stretto di Hormuz. Teheran ha promesso ritorsioni “presto” e rivendicato attacchi con droni contro navi militari statunitensi. Secondo diversi media iraniani, la revoca del blocco navale americano è una precondizione esplicita per qualsiasi colloquio con Washington – posizione che Trump ha respinto senza margini: Hormuz resta chiuso fino alla firma.
Il petrolio ha ripreso a salire. Xi Jinping, in una telefonata con il principe saudita Mohammed bin Salman, ha chiesto che la via marittima “rimanga aperta” e un “cessate il fuoco immediato e completo”. L’ingresso della Cina nel quadro diplomatico, anche solo sul piano dichiarativo, aggiunge una variabile che Washington non può ignorare del tutto.
La Repubblica islamica, intanto, sfrutta la calma tesa del cessate il fuoco per segnali di normalizzazione interna: ha annunciato la riapertura dei due principali aeroporti civili di Teheran, gli scali Imam Khomeini e Mehrabad.
I dossier aperti: nucleare e Libano
Anche ammettendo che le delegazioni si siedano martedì a Islamabad, i nodi da sciogliere restano intrecciati e di difficile soluzione rapida. Il primo è il nucleare: il livello di arricchimento dell’uranio, le garanzie di verifica, il rapporto con l’Aiea.
Il secondo è la dimensione regionale, complicata dall’irruzione di Netanyahu: il premier israeliano ha dichiarato che Israele non ha ancora “finito il lavoro” in Iran, una formulazione volutamente ambigua che introduce una variabile esterna su cui né Washington né Teheran esercitano controllo pieno.
Sul fronte libanese, intanto, lo sforzo diplomatico tra Beirut e Israele prosegue con un nuovo round di colloqui fissato per giovedì, secondo l’emittente pubblica israeliana Kan. Ma i media libanesi continuano a denunciare violazioni della tregua: raid sulle cittadine di Shamaa, Qusayr e Deir Siryan nel sud del Libano. Due crisi parallele che si alimentano a vicenda, con la finestra diplomatica aperta su Islamabad come unica – e fragile – chance di contenimento.
