Trump: ripresa negoziati in “36-72 ore”. Ma Hormuz rimane chiuso e i pasdaran sequestrano due navi

Il presidente degli Stati Uniti risponde al New York Post confermando possibili negoziati a Islamabad, mentre il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie esercita pressione concreta sullo Stretto con tre azioni marittime in poche ore.

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Lo Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz continua a essere al centro della crisi tra Washington e Teheran: tre navi colpite, due sequestrate e scortate verso le acque territoriali iraniane, mentre Trump ammette la possibilità di riprendere i negoziati di pace a Islamabad entro 72 ore. I Guardiani della Rivoluzione rivendicano “un nuovo ordine regionale” e tengono in ostaggio il passaggio attraverso cui transita il venti per cento del petrolio mondiale. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran ringrazia il Pakistan per la mediazione, ma avverte: la diplomazia è possibile solo se i presupposti ci sono.

Trump apre ai colloqui, Teheran risponde con i sequestri

Il presidente Donald Trump ha confermato al New York Post la possibilità di nuovi colloqui di pace a Islamabad entro le prossime “36-72 ore”. La risposta è arrivata via SMS, in forma stringata: “È possibile! Presidente DJT”. Fonti pakistane avevano in precedenza descritto come positivi gli sforzi di mediazione con Teheran, riaccendendo l’ipotesi di una ripresa del dialogo. Sul terreno, tuttavia, la realtà è un’altra. In poche ore la marina dei Guardiani della Rivoluzione islamica ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un teatro di azioni concrete: tre navi colpite, due sequestrate e scortate verso le acque territoriali iraniane, una terza incagliata al largo delle coste di Teheran. Il segnale non è retorico. Non si passa finché non c’è un accordo.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha precisato la posizione di Teheran nel briefing quotidiano con la stampa. Le forze armate “rimangono in stato di massima allerta”. La diplomazia è percorribile “quando ci saranno i presupposti per garantire gli interessi nazionali”. Rispondendo alla richiesta pakistana di proroga del cessate il fuoco, Baqaei ha ringraziato Islamabad per gli sforzi compiuti “per porre fine alla guerra imposta”, ricordando che “l’Iran non ha iniziato questa guerra” e che ogni azione iraniana è avvenuta “in linea con il diritto alla legittima difesa contro l’aggressione militare degli Stati Uniti e del regime sionista”.

I sequestri: Msc-Francesca ed Epaminodes nelle acque di Teheran

La Marina dei pasdaran ha annunciato il sequestro di due portacontainer: la Msc-Francesca e la Epaminodes. L’accusa formulata è tecnica ma di evidente valenza politica: “aver violato le normative di navigazione, operato senza i permessi necessari e manomesso i sistemi di navigazione, mettendo a rischio la sicurezza marittima”. I profili delle due navi non sono neutri. La Msc-Francesca viene indicata dai Guardiani come “legata al regime sionista”. La Epaminodes, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping e gestita da Msc, ha innescato una crisi diplomatica con Atene.

Entrambe le imbarcazioni sono state scortate verso la costa iraniana, come confermato dall’agenzia Tasnim, per l’ispezione del carico e dei documenti. Secondo i pasdaran, il capitano della Msc-Francesca “avrebbe ignorato gli avvertimenti”. La nave — battente bandiera panamense, partita dall’Arabia Saudita e diretta a Singapore — si trovava a ventotto chilometri dalle coste dell’Oman al momento dell’intervento, che ha causato “gravi danni” secondo le fonti iraniane.

Atene ha risposto con una smentita netta. Fonti del ministero greco degli Affari marittimi, citate dall’agenzia Ana Mpa, hanno dichiarato che “la nave non è stata sequestrata”, attribuendo le dichiarazioni di Teheran a informazioni inesatte. La divergenza tra le due versioni resta aperta. Un elemento che complica la lettura geopolitica dell’episodio senza ridimensionarne la portata operativa.

La terza nave, Trump e il crollo finanziario dell’Iran

L’agenzia Fars, affiliata ai pasdaran, ha confermato un terzo bersaglio: la nave Euphoria, incagliata al largo delle coste iraniane. La notizia è stata ripresa dalla Bbc, che cita direttamente i media di Teheran. L’agenzia britannica di sicurezza marittima Ukmto aveva già segnalato due attacchi nella zona dello Stretto, confermando l’operatività della marina rivoluzionaria nell’area.

Sul fronte politico, Trump ha scelto i social per lanciare un attacco diretto alla tenuta economica iraniana: “L’Iran sta collassando finanziariamente! Vogliono che lo Stretto di Hormuz venga aperto immediatamente — affamati di contante! Perdono 500 milioni di dollari al giorno. Militari e polizia si lamentano perché non vengono pagati”. Una lettura che i pasdaran non condividono. In occasione dell’anniversario della loro fondazione, i Guardiani hanno rivendicato “i colpi mortali e devastanti” inflitti alle “infrastrutture, centri strategici e capacità di supporto del nemico”, dichiarandosi “pronti a un confronto decisivo, definitivo e immediato contro qualsiasi nuova aggressione” e capaci di “infliggere colpi devastanti e inimmaginabili alle rimanenti risorse nemiche nella regione”.

Un nuovo ordine regionale, con o senza Washington

La retorica dei pasdaran va oltre la contingenza operativa. Nel comunicato diffuso per l’anniversario, i Guardiani tracciano una prospettiva di lungo periodo: “Oggi, con il crollo dell’egemonia militare degli Stati Uniti e del regime sionista, siamo sul punto di entrare in un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, senza la presenza di potenze straniere e arroganti, in particolare gli Stati Uniti, e di creare un ambiente stabile e sicuro”. È un’affermazione che segnala come Teheran intenda capitalizzare politicamente il conflitto, indipendentemente dall’esito dei negoziati.

Il quadro normativo che regola il transito nello Stretto è il nodo strutturale della crisi. Dopo l’offensiva israelo-statunitense di fine febbraio, l’Iran ha istituito un sistema di autorizzazioni preventive concordato con l’Oman: i mercantili in transito devono ottenere un permesso specifico prima di attraversare il corridoio. La maggior parte dei Paesi alleati di Washington e Tel Aviv non riconosce questo regime unilaterale. I pasdaran replicano sequestrando le navi che lo ignorano. Aljazeera riferisce che un nuovo sistema di autorizzazioni è allo studio congiunto di Teheran e Muscat, segnale che i due Paesi intendono consolidare un controllo condiviso su uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Attraverso lo Stretto transitano quotidianamente circa il venti per cento delle forniture mondiali di petrolio. Finché quella percentuale rimane ostaggio della trattativa, la pressione non si allenta.