Il Golfo ripiomba nella crisi: missili, raid e nuova sfida Washington-Teheran. Trump: “Prenderanno una bella batosta”

La fragile pausa militare si spezza. Stati Uniti e Arabia Saudita colpiscono le formazioni sostenute dall’Iran, mentre il regime degli ayatollah rivendica la risposta contro le forze americane.

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La tregua è durata poco. Nel Golfo Persico torna a salire il rischio di un conflitto aperto, con Stati Uniti e Iran nuovamente ai ferri corti e l’Iraq trasformato ancora una volta nel campo di battaglia di uno scontro che coinvolge potenze regionali e internazionali. I nuovi raid condotti da Washington e Riyad contro obiettivi delle milizie filoiraniane in territorio iracheno, insieme ai missili lanciati da Teheran contro basi americane in Giordania e intercettati dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), segnano la fine della fragile pausa militare degli ultimi giorni.

 

La nuova escalation arriva dopo una serie di attacchi incrociati che hanno riportato la tensione ai livelli più alti. La partita non si gioca soltanto tra Stati Uniti e Iran, ma coinvolge anche Arabia Saudita, Iraq e le milizie sciite che rappresentano l’estensione dell’influenza iraniana nella regione.

Raid e ritorsioni: Washington e Riyad colpiscono le milizie filoiraniane

A confermare l’inasprimento dello scontro sono state anche le parole del presidente americano Donald Trump, che in un’intervista a Fox News ha annunciato una risposta durissima contro l’Iran, dichiarando che le forze armate statunitensi “massacreranno” il Paese. Trump ha definito quello iraniano “un attacco a sorpresa” aggiungendo che “le forze americane hanno avuto appena pochi minuti per intercettare e abbattere i missili iraniani”. Poi ha sbottato: “Prenderanno una bella batosta”.

Trump ha inoltre sostenuto che l’azione americana in Iraq sarebbe avvenuta in “coordinamento” con il governo iracheno, collegandola agli attacchi contro le basi statunitensi in Giordania.

Il ministero della Difesa saudita ha reso noto che le proprie forze armate, insieme al Centcom, hanno condotto operazioni contro gruppi armati sostenuti dall’Iran presenti in Iraq. Secondo Washington e Riyad, le milizie colpite sarebbero responsabili di una serie di attacchi con droni contro infrastrutture petrolifere saudite e obiettivi americani.

 

 

Lo scontro si allarga: l’Iraq protesta e accusa violazioni della sovranità

Secondo il Centcom, la risposta militare si è resa necessaria dopo circa trenta attacchi con droni condotti nell’arco di 72 ore da gruppi definiti “allineati all’Iran”. Gli Stati Uniti sostengono che queste formazioni abbiano agito sotto la direzione delle Guardie della Rivoluzione iraniane, il corpo militare più potente della Repubblica islamica.

Teheran, invece, ha rivendicato l’attacco contro le basi americane in Giordania definendolo una risposta agli “atti di aggressione” degli Stati Uniti. I pasdaran hanno accusato Washington di essere responsabile della morte di civili, giustificando così la propria azione militare.

La spirale di ritorsioni ha provocato la reazione delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), la coalizione di milizie sciite sostenute dall’Iran, che ha denunciato la morte di almeno venti propri membri dopo i raid americani e sauditi.

 

 

Baghdad contro Washington: “Attacco inaccettabile”

La risposta più dura è arrivata dal governo iracheno, che ha accusato Stati Uniti e Arabia Saudita di aver violato la sovranità nazionale. Baghdad teme che il proprio territorio possa tornare a essere il principale teatro dello scontro tra Washington e Teheran, come già accaduto negli anni più critici della regione.

In una nota ufficiale, la Presidenza della Repubblica irachena ha condannato i bombardamenti contro le sedi delle Forze di Mobilitazione Popolare, definendoli “un attacco inaccettabile” e una “flagrante violazione della sovranità dell’Iraq”.

Secondo Baghdad, l’operazione avrebbe colpito strutture appartenenti alle istituzioni ufficiali di sicurezza del Paese, in violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Una nuova crisi che riporta il Medio Oriente davanti al rischio di una guerra più ampia e difficile da contenere.