Conte inciampa su Grillo: la gaffe del “vada dove vuole” apre la crisi nel Movimento 5 Stelle

Tra la consultazione “Nova” e l’ospitata da Fedez, il calendario di settembre certifica la fragilità della leadership dell’ex premier.

Giuseppe Conte e Beppe Grillo

Giuseppe Conte e Beppe Grillo

Basta una battuta, “vada dove vuole”, per riaccendere la faida che Giuseppe Conte pensava di essersi lasciato alle spalle: Beppe Grillo risponde in diretta WhatsApp, bollando il Movimento come “Zero Stelle” e riportando il leader pentastellato dentro una guerra di logoramento che non gli serviva, a settimane da un appuntamento decisivo per il futuro della coalizione progressista.

La scena si consuma alla festa del Fatto Quotidiano, alla Versiliana di Marina di Pietrasanta. A Conte viene chiesto conto della sovrapposizione tra “Nova”, la consultazione pentastellata sul programma della coalizione, e l’ospitata di Grillo al podcast “Pulp” di Fedez. Invece di gestire la domanda con la cautela che la situazione avrebbe richiesto, il presidente del M5s la archivia con sufficienza: “Vada dove vuole”. Una battuta che avrebbe forse funzionato da leader saldamente in sella, meno da chi ha ancora una causa civile pendente contro l’uomo che l’ha lanciato in politica.

Il prezzo di una sottovalutazione

Il calcolo di Conte sembra essere stato semplice quanto rischioso: derubricare Grillo a fastidio marginale, buono al massimo per un titolo di giornata. La replica del fondatore, arrivata nel giro di poche ore, dimostra che quel calcolo era sbagliato. Definire il Movimento “Zero Stelle” non è solo una battuta a effetto: è un attacco diretto alla sostanza stessa della leadership di Conte, che da anni prova a smarcarsi dall’etichetta di traghettatore e a costruirsi un’identità politica autonoma.

Una causa che pesa più di una battuta

Sullo sfondo resta la causa civile avviata da Grillo ad aprile per riprendersi nome e simbolo del Movimento, con udienza rinviata a fine luglio. In quell’occasione il fondatore aveva già scritto sul blog che “il Movimento ha perso la sua diversità”, accusando l’attuale gruppo dirigente di aver tradito le ragioni originarie della “rivoluzione dal basso”. Non si tratta di un contenzioso simbolico: un’eventuale “inibizione” all’uso del marchio prima delle politiche colpirebbe Conte proprio nel momento in cui deve presentarsi agli elettori come guida di una coalizione, non solo di una sigla.

Il rischio di un Grillo in proprio

A rendere la posizione di Conte ancora più scomoda è l’ipotesi, circolata tra chi frequenta il fondatore, di un progetto politico autonomo costruito su nuove tecnologie e su un modello di sostegno al reddito alternativo a quello finora sostenuto dal M5s. Il riferimento, neppure troppo velato, a un impianto ispirato a figure come Elon Musk e a una piattaforma digitale gestita in modo collegiale segnala una strategia pensata per intercettare proprio quella base pentastellata che Conte fatica a tenere compatta. Non sono stati resi noti dettagli ufficiali su tempi e forma di questo eventuale progetto, ma la sola circolazione dell’ipotesi complica ulteriormente la trattativa che Conte sta conducendo con gli alleati del campo largo.

Una leadership sotto assedio duplice

Il paradosso politico è evidente: mentre Conte discute con Elly Schlein e il resto della coalizione le modalità di scelta del leader progressista, si ritrova a dover difendere all’interno del proprio partito un primato che Grillo continua a considerare usurpato. La coincidenza delle date, con “Nova” che si chiude il 20 settembre e il podcast di Grillo in onda il 21, non fa che sottolineare quanto la partita interna al M5s rischi di sovrastare, agli occhi dell’opinione pubblica, quella più ampia sulla guida della coalizione. Una debolezza che gli alleati difficilmente ignoreranno nelle prossime settimane di trattativa.