Riarmo, il Pd segue Conte ma il partito si spacca: bufera su Schlein

Elly Schleinok

Elly Schlein

Doveva essere la prova generale dell’unità del centrosinistra. È diventata l’ennesima dimostrazione delle sue contraddizioni. La risoluzione parlamentare sulla politica di bilancio e sulle spese militari, preparata da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, nasce con l’ambizione di rappresentare un fronte comune contro il governo, ma finisce per mettere in difficoltà proprio il Partito democratico. E soprattutto Elly Schlein, chiamata ancora una volta a tenere insieme un partito che sembra parlare con due voci incompatibili.

Da una parte ci sono Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e l’ala più radicale del centrosinistra, che chiedono di mettere in discussione gli impegni assunti in sede Nato, di fermare ulteriori aumenti della spesa per gli armamenti e di superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali. Dall’altra ci sono i riformisti del Pd e l’area che fa riferimento a Stefano Bonaccini, che quel testo non intendono votarlo così com’è. In mezzo c’è Schlein, alle prese con il consueto esercizio di equilibrismo: tenere insieme tutto, anche quando le posizioni sembrano ormai difficili da conciliare.

Il documento che divide il Pd

Il punto più controverso è nel dispositivo della risoluzione: il governo dovrebbe impegnarsi a “escludere” che lo scostamento di bilancio possa essere destinato a “impegni di spesa militare”. Le risorse, invece, dovrebbero essere utilizzate esclusivamente per sanità, contrasto alla povertà, sostegno alle famiglie e alle imprese.

Ma è soprattutto nelle premesse che emerge l’impronta politica del testo. Si chiede di “riconsiderare gli impegni in sede Nato”, di scongiurare nuovi aumenti della spesa per i sistemi d’armamento e di superare il piano di riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento. Del Safe, il piano europeo per rafforzare la capacità industriale e militare dell’Unione, nemmeno una parola. Solo il richiamo, assai più generico, alla costruzione di una “vera difesa comune europea”.

Una formulazione che per M5S e Avs è perfettamente coerente. Anzi, è motivo di soddisfazione. Per il Pd, invece, rischia di essere una cambiale politica difficile da pagare.

Conte sorride, Schlein deve spiegare

Il paradosso è evidente. Il pranzo tra Schlein e Conte avrebbe dovuto servire a consolidare la collaborazione tra i due principali partiti dell’opposizione. Conte lo ha raccontato come un incontro nel quale “la dialettica politica rimane, ma nel rispetto reciproco”. Schlein lo ha definito “positivo”.

Ma poche ore dopo il risultato concreto dell’intesa è un documento che una parte significativa del Pd considera irricevibile.

È difficile non vedere, dietro questa vicenda, il problema politico che accompagna la segreteria Schlein fin dall’inizio: quale sia, esattamente, la linea del Partito democratico. Perché se il Pd è un partito riformista, europeista e saldamente ancorato alle alleanze occidentali, il testo con M5S e Avs appare troppo spostato a sinistra. Se invece il Pd vuole diventare il perno di un nuovo fronte progressista radicale, allora sono i riformisti interni a trovarsi fuori posto.

La difficoltà è che Schlein continua a non scegliere fino in fondo.

Due Pd sotto lo stesso tetto

Il risultato è una situazione quasi surreale. Il documento viene diffuso dalle agenzie di stampa mentre diversi parlamentari democratici sostengono di non averlo nemmeno visto. “Non sappiamo se sia questo il testo definitivo”, fanno sapere i riformisti. E aggiungono che quanto circolato “non è un testo condivisibile”.

L’area Bonaccini non usa giri di parole: “Così non è accettabile”. La minoranza minaccia di non votare. M5S e Avs, al contrario, assicurano che il testo è quello e non cambia.

È la fotografia di un’alleanza nella quale i contraenti non sembrano nemmeno avere la stessa idea dell’alleanza.

Da una parte Conte e Fratoianni possono permettersi di rivendicare senza imbarazzo una linea apertamente critica verso il riarmo. Dall’altra il Pd deve fare i conti con la propria storia, con la sua collocazione europea e con una parte consistente del suo gruppo dirigente che non intende trasformare il partito in una versione più grande del Movimento 5 Stelle.

La Schlein del “tutto insieme”

Il problema, allora, non è soltanto una risoluzione parlamentare. È la strategia politica della segretaria.

Schlein ha costruito buona parte della sua leadership sull’idea del “campo largo”, ma ogni volta che il campo prova a diventare qualcosa di più di uno slogan emergono le differenze. Sulla politica estera, sulla Nato, sul riarmo, sull’economia e persino sulla natura dei rapporti con il Movimento 5 Stelle, il centrosinistra continua a parlare lingue diverse.

E il rischio è che, nel tentativo di non perdere Conte, Schlein finisca per perdere pezzi del proprio partito.

Perché il punto politico è ormai difficile da eludere: il Pd può certamente costruire un’alleanza con M5S e Avs. Ma non può pretendere che questa alleanza sia gratis. Ogni compromesso ha un prezzo. E sulla difesa, sulla Nato e sulla collocazione internazionale dell’Italia quel prezzo rischia di essere pagato proprio dentro il Pd.

Il “campo largo”, insomma, non è ancora nato e già presenta le crepe del condominio. Conte e Fratoianni hanno le idee chiare. I riformisti democratici anche. Quella che continua a non essere chiarissima è la posizione di Schlein.

E quando un partito arriva al punto di discutere il proprio documento attraverso le agenzie di stampa, mentre una parte dei suoi parlamentari ne prende le distanze e gli alleati dichiarano che “il testo non cambia”, l’unità non è ancora una strategia politica. È soltanto una parola scritta in testa alla risoluzione.