Corsa al vertice dell’Onu: primo voto premia Grynspan, ora la sfida è convincere Washington e Pechino

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Rebeca Grynspan

Rebeca Grynspan è la prima candidata nella corsa alla successione di Antonio Guterres, ma il voto che potrebbe decidere davvero la partita non è ancora arrivato. Nel primo “straw poll” del Consiglio di sicurezza, il 30 luglio, l’economista costaricana ha ottenuto dieci indicazioni di “incoraggiamento”, contro le nove di Carolyn Rodrigues-Birkett e le sette di Rafael Mariano Grossi. Il dato non permette però di sapere se i voti contrari siano arrivati da Stati Uniti, Cina, Russia, Francia o Regno Unito, i cinque Paesi che possono bloccare la nomina con il veto.

Il vantaggio di Grynspan è ancora parziale

Il primo scrutinio restituisce quindi una fotografia incompleta. Grynspan ha ricevuto un solo “discourage”, mentre Rodrigues-Birkett e Grossi ne hanno ricevuti due ciascuno. Ma nelle schede iniziali tutti i membri del Consiglio di sicurezza votano sullo stesso modello: soltanto in una fase successiva sarà possibile distinguere la posizione dei cinque permanenti.

Il prossimo appuntamento è il 21 agosto. È lì che la classifica potrebbe assumere un significato politico più preciso.

La procedura rende centrale il rapporto con il Consiglio di sicurezza. L’Assemblea generale, alla quale spetta formalmente la nomina, riunisce tutti i 193 Stati membri. Ma il candidato deve prima ottenere almeno nove voti nel Consiglio e, soprattutto, non incorrere nel veto di nessuno dei cinque permanenti. Una volta raggiunto l’accordo, l’Assemblea generale non ha mai respinto il nome indicato dal Consiglio.

La rosa dei candidati comprende sette nomi. Grynspan, Rodrigues-Birkett e Grossi sono affiancati da Michelle Bachelet, Maria Fernanda Espinosa Garces, Macky Sall e Olara Otunnu. La maggioranza dei candidati proviene dall’America latina e dai Caraibi e quattro sono donne. L’area geografica e il genere possono influenzare la trattativa, ma non possono superare la logica del veto.

Antonio Guterres

Bachelet e Grossi, due candidature diverse

Bachelet arriva alla selezione con il curriculum internazionale più noto, ma anche con un problema politico concreto. Il governo cileno di José Antonio Kast ha ritirato in marzo il sostegno alla sua candidatura, mentre Brasile e Messico l’hanno mantenuto. Nel primo voto ha raccolto sei “encourage” e cinque “discourage”.

Il risultato mostra una candidatura che conserva peso internazionale ma che deve fare i conti con un livello di opposizione già rilevante.

Grossi rappresenta invece il profilo della diplomazia tecnica. Alla guida dell’Aiea, ha lavorato con Washington, Mosca e Pechino e può presentarsi come un candidato abituato a gestire dossier sensibili senza essere identificato con una sola parte del confronto geopolitico.

Questa caratteristica lo rende potenzialmente compatibile con l’amministrazione Trump, secondo gli ambienti diplomatici richiamati nel dossier. Ma il primo scrutinio non gli ha consentito di andare oltre il terzo posto.

Grynspan ha invece costruito il vantaggio più consistente del primo turno. La sua candidatura può parlare sia ai Paesi occidentali sia al Sud globale. A giugno, a Pechino, ha incontrato il ministro degli Esteri Wang Yi e ha ribadito il principio di una sola Cina, insieme alla necessità di rafforzare il ruolo dell’Onu attraverso le riforme.

Pechino non ha indicato ufficialmente un candidato favorito. La Cina chiede competenza, imparzialità, rispetto della Carta dell’Onu e maggiore attenzione alle aspettative del Sud globale. Il basso numero di opposizioni a Grynspan può essere letto come un segnale della sua capacità di costruire un compromesso, ma non chiarisce ancora la posizione dei P5.

Due idee diverse per il Palazzo di Vetro

La selezione si intreccia con il confronto tra Stati Uniti e Cina sul futuro dell’organizzazione. Washington considera necessaria una struttura più piccola, meno costosa e più concentrata sulle proprie funzioni essenziali. Mike Waltz ha indicato l’obiettivo di un’Onu “più snella, più adatta allo scopo e più rilevante”.

La pressione americana è anche finanziaria. Gli Stati Uniti hanno accumulato oltre quattro miliardi di dollari di arretrati tra bilancio ordinario e operazioni di peacekeeping.

La Cina propone invece un rafforzamento dell’Onu come centro del sistema multilaterale, con maggiore rappresentanza del Sud globale e una più rigida tutela della non interferenza negli affari interni degli Stati. Pechino è diventata il secondo contributore al bilancio ordinario, alle spalle degli Stati Uniti.

Il punto di contatto tra le due potenze è dunque la necessità di una riforma. Il punto di divergenza è il risultato finale: Washington immagina un apparato ridimensionato e pragmatico, mentre Pechino difende un’organizzazione multilaterale forte, ma ancorata alla sovranità degli Stati.

L’autunno deciderà il compromesso

Il primo posto di Grynspan non chiude la partita. Rodrigues-Birkett può diventare la soluzione di compromesso, Grossi resta in corsa se Washington sceglierà di sostenerlo e Bachelet può contare su un profilo internazionale che continua a essere riconoscibile nonostante le opposizioni.

La selezione potrebbe proseguire fino a settembre o ottobre, attraverso diversi scrutini. Il criterio decisivo diventerà progressivamente uno soltanto: individuare il candidato capace di raccogliere i consensi necessari senza provocare il veto di una delle cinque potenze permanenti.

È il paradosso della successione del 2026. Mentre l’Onu deve affrontare guerre, crisi umanitarie, intelligenza artificiale, cambiamento climatico e difficoltà finanziarie, il suo prossimo segretario generale potrebbe essere soprattutto colui che riuscirà a non risultare inaccettabile a nessuna delle grandi potenze.

Guterres lascerà il 31 dicembre dopo due mandati. Il suo successore erediterà un’organizzazione sottoposta a forti tensioni e dovrà dimostrare se il compromesso che gli avrà aperto la strada al Palazzo di Vetro sarà un limite oppure la base per costruire un’autonoma iniziativa politica.