La Bce alza il costo del denaro mentre torna il rischio inflazione

Eurogroup Finance ministers meeting

Christine Lagarde, presidente della Bce

Francoforte prepara un aumento di 25 punti base nella riunione del 10 settembre. Petrolio oltre quota 100 e rendimenti dei bond complicano le prossime mosse, mentre gli analisti divergono sul rischio di una nuova stretta.

La Banca centrale europea si prepara ad alzare domani i tassi di interesse al 2,75%, con un incremento di 25 punti base, mentre il mercato cerca di capire se la decisione segnerà l’avvio di una nuova fase restrittiva. L’incertezza riguarda soprattutto i prossimi mesi: petrolio oltre quota 100 e rendimenti dei titoli di Stato europei stanno aumentando i rischi per l’inflazione e restringendo gli spazi di manovra di Francoforte.

Energia e rendimenti condizionano Francoforte

La maggior parte degli operatori considera probabile un ulteriore rialzo al 2,74% entro dicembre, seguito da un possibile arrivo al 3,10% entro settembre 2027. Lo scenario resta però legato all’evoluzione della crisi mediorientale e del mercato dell’energia.

Un freno alla stretta potrebbe arrivare dall’aumento dei rendimenti sovrani. Il Bund tedesco è salito al 3,0323%, massimo dal gennaio 2024; gli Oat francesi hanno raggiunto il 4,28%, livello più alto degli ultimi 18 anni, mentre i Btp italiani sono arrivati al 4,21%. Per la Bce, un ulteriore rialzo dei rendimenti rappresenta già un elemento restrittivo per l’economia.

La riunione di domani sarà quindi seguita soprattutto per le nuove stime sulla crescita e per le indicazioni di Christine Lagarde. L’orientamento dovrebbe restare “data dependent”: le future decisioni saranno valutate sulla base dell’evoluzione dei dati, senza un impegno preventivo sul percorso dei tassi.

Il fronte dei falchi resta aperto

Nadia Gharbi, Senior Economist di Pictet Wealth Management, prevede che il Consiglio direttivo ribadisca di trovarsi in una posizione favorevole per affrontare l’incertezza provocata dal conflitto. Lagarde, secondo Gharbi, potrebbe però adottare un tono più restrittivo, soprattutto per gli sviluppi sui mercati energetici.

Il rischio di un terzo rialzo a dicembre, sostiene l’economista, aumenta quanto più a lungo le interruzioni nello Stretto di Hormuz manterranno elevati i prezzi dell’energia. Un aumento di 25 punti base a dicembre resta tuttavia fuori dallo scenario di base di Pictet.

Laura Cooper, Global Investment Strategist and Head of Macro Credit di Nuveen, legge invece i dati in modo diverso. A suo giudizio, i mercati stanno scontando ulteriori rialzi che non trovano sufficiente conferma negli indicatori disponibili. L’aumento atteso potrebbe quindi avere una funzione precauzionale, senza rappresentare l’inizio di un nuovo ciclo restrittivo.

Cooper richiama in particolare gli indici dei prezzi Pmi, la crescita dei salari negoziati e le aspettative di inflazione rilevate attraverso i sondaggi, tutti segnali che indicano un rallentamento delle pressioni sui prezzi sottostanti. Per un nuovo rialzo sarebbero necessari, secondo l’analista, segnali di maggiore pressione salariale oppure evidenze più chiare del trasferimento dei costi energetici sull’inflazione di fondo e sulle aspettative di medio periodo.

Crescita e inflazione nelle nuove stime

Dave Chappell, Senior Portfolio Manager Fixed Income, Global Rates di Columbia Threadneedle Investments, prevede che qualunque sia la decisione di Francoforte sarà accompagnata dalla conferma di una politica monetaria guidata dai dati e dalle singole riunioni. Il prolungarsi dei prezzi energetici elevati, avverte, aumenta però il rischio di effetti secondari sull’economia e sull’inflazione.

Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac, prevede che la Bce possa rivedere leggermente al rialzo le stime di crescita, fino allo 0,9% nel 2026 e all’1,4% nel 2027. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione sarebbe invece attesa al 2,9% nel 2026, con una maggiore persistenza negli anni successivi per effetto dell’aumento dei prezzi del gas e dei futures.

Il nodo riguarda soprattutto il livello oltre il quale la politica monetaria entrerebbe in territorio restrittivo. Secondo Thozet, sopra il 2,5% i membri del Consiglio favorevoli a una politica più accomodante avrebbero maggiori motivi per contestare ulteriori rialzi.

Il petrolio può cambiare lo scenario

Marco Turatti, Senior Market Specialist di Capital.com, considera ancora possibile nei prossimi mesi uno scenario esplicitamente restrittivo, condizionato dall’andamento del petrolio e del gas naturale.

Per Turatti, le nuove proiezioni saranno decisive. Numeri in linea con quelli di giugno indicherebbero che Francoforte non rileva effetti secondari e duraturi sull’inflazione. Allo stesso tempo, l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato europei sta già esercitando un effetto restrittivo sull’economia e potrebbe indurre la Bce a procedere con maggiore cautela, evitando una sequenza troppo aggressiva di rialzi.

La decisione del 10 settembre appare quindi come un passaggio meno importante per il rialzo già atteso che per le indicazioni sul dopo. Il punto sarà capire quanto a lungo l’energia resterà una minaccia per l’inflazione e quanto il costo crescente del debito sovrano potrà limitare la risposta di Francoforte.