Corea del Sud, Seul valuta la missione militare a Hormuz tra pressioni Usa e minacce iraniane
Il governo Lee Jae-myung ha inviato una squadra negli Emirati per valutare il quadro operativo. Sul tavolo ci sono pattugliamento, bonifica delle mine e sistemi senza pilota.
La Corea del Sud sta valutando l’invio di mezzi militari nello Stretto di Hormuz per contribuire alla sicurezza della navigazione, ma il presidente Lee Jae-myung non ha ancora assunto una decisione. L’amministrazione sudcoreana ha mandato negli Emirati Arabi Uniti una squadra incaricata di valutare la situazione in Medio Oriente, segnalando che Seul considera concretamente un possibile dispiegamento.
La pressione degli Stati Uniti
La valutazione sudcoreana si colloca nel quadro delle richieste americane agli alleati per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Donald Trump ha più volte citato la Corea del Sud tra i Paesi che, secondo Washington, dovrebbero contribuire maggiormente alle operazioni.
Per Seul la scelta avrebbe un peso anche nei rapporti con gli Stati Uniti. Il governo Lee cerca la cooperazione americana su dossier strategici che comprendono i sottomarini a propulsione nucleare, l’arricchimento dell’uranio e il recupero del controllo operativo in tempo di guerra. Un eventuale contributo a Hormuz si inserirebbe quindi in una relazione di sicurezza più ampia.
L’avvertimento di Teheran
L’Iran ha reagito mettendo in guardia Seul. Teheran considera qualsiasi partecipazione militare straniera alle operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz come un sostegno diretto a quelli che definisce “gli aggressori”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha scritto su X che una simile decisione avrebbe “gravi conseguenze”. Il messaggio era accompagnato dalla frase in coreano “Una scelta pericolosa comporta conseguenze”.
Il ministero della Difesa sudcoreano ha invece dichiarato che Seul mantiene uno stretto coordinamento con la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, per valutare forme di contributo “sostanziale” al ripristino della libertà di navigazione e alla stabilità del Medio Oriente.
Le ipotesi operative
Sul piano militare, le opzioni considerate sono diverse. Seul potrebbe impiegare aerei da pattugliamento marittimo, squadre specializzate nella bonifica di ordigni esplosivi e sistemi senza pilota per individuare e rimuovere le mine.
Più impegnativa sarebbe la presenza di una nave logistica, che richiederebbe un equipaggio di circa cento militari. La scelta del dispositivo dipenderà quindi anche dal livello di coinvolgimento che il governo sudcoreano intenderà assumere.
Il precedente della Cheonghae
La Corea del Sud ha già operato nell’area. Nel 2020 Seul aveva ampliato temporaneamente il raggio operativo dell’unità navale antipirateria Cheonghae fino allo Stretto di Hormuz. Il precedente dimostra che l’apparato militare sudcoreano dispone già di esperienza operativa nella regione, ma l’attuale valutazione si svolge in un contesto nel quale un eventuale nuovo dispiegamento sarebbe sottoposto anche alla pressione americana e alle minacce iraniane.
