Meloni: “Si arriva a fine legislatura”. E abolisce il bollo auto e prepara il centrodestra al voto

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni assicura che il governo arriverà “fino alla scadenza della legislatura”. Ma, mentre lo dice, compie una scelta che porta il confronto politico già dentro la prossima campagna elettorale. Il Consiglio dei ministri approva l’abolizione del bollo per il 2027 sulle auto fino a 80 kW e sui motocicli, una misura destinata a interessare oltre 14 milioni di veicoli e che la premier definisce la cancellazione di “una delle tasse più odiate dagli italiani”.

Meloni respinge però la lettura elettorale del provvedimento. La misura, sostiene, non nasce per le Politiche ma dalla volontà di sostituire un intervento emergenziale con una scelta strutturale. E infatti il governo punta a rendere permanente l’esenzione già con la prossima legge di bilancio. Per il momento, tuttavia, il decreto copre soltanto il 2027. Lo Stato dovrà inoltre compensare alle Regioni il mancato gettito, con uno stanziamento previsto di circa 2,3 miliardi.

La stessa premier ha scelto di presentare personalmente il provvedimento, affiancata dai vicepremier e dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. E prima ancora della conferenza stampa ha fissato sui social la chiave politica dell’operazione: mentre altri parlano di patrimoniali, il governo elimina “una tassa sulla proprietà”.

Il governo guarda al 2027

La contraddizione apparente è tutta qui: Meloni nega di essere già in campagna elettorale, ma costruisce una comunicazione politica che guarda esplicitamente agli elettori. Il bollo riguarda una platea larga e immediatamente riconoscibile; la proroga del taglio delle accise sul gasolio completa il pacchetto sul fronte del caro-carburanti.

Il taglio proseguirà fino al 5 ottobre con una riduzione progressiva dello sconto: 12,2 centesimi al litro dal 18 al 25 settembre e 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre. Dopo quella data, il governo intende ricorrere nuovamente al meccanismo delle accise mobili.

Meloni insiste però sul carattere ordinario della sua strategia. “Finché io ho una maggioranza solida per governare, intendo governare questa nazione”, dice. È la risposta alle ricostruzioni che ipotizzano elezioni anticipate e, insieme, un messaggio rivolto alla coalizione: la legislatura non è in discussione, almeno finché la maggioranza conserva la capacità di sostenere l’esecutivo.

La prova della legge elettorale

Il vero banco di prova arriverà però alla Camera. Dopo il via libera del Senato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astensioni, la riforma elettorale torna a Montecitorio per la terza lettura. Il testo prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione che raggiunga il 42 per cento, oltre all’indicazione preventiva del candidato premier e alle preferenze.

Meloni respinge l’ipotesi di un suo disimpegno dalla riforma e definisce il provvedimento “un passo in avanti”. Anche sulla fiducia non mostra esitazioni: chiederla, spiega, sarebbe “un fatto di chiarezza”, soprattutto perché il testo contiene le preferenze.

È un passaggio politicamente sensibile. La maggioranza dovrà dimostrare in Parlamento quella compattezza sulla quale la premier fonda la promessa di arrivare alla fine della legislatura. Un incidente sulla legge elettorale, nel momento in cui il governo è direttamente impegnato nella sua approvazione, avrebbe inevitabilmente un peso sulla stabilità del percorso politico.

Nodo Vannacci

Sul fondo c’è poi la variabile di Futuro Nazionale. La crescita del movimento di Roberto Vannacci modifica gli equilibri del centrodestra e rende più complesso il raggiungimento della soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza. La riforma, approvata dal Senato, attribuisce infatti il premio alla coalizione che supera il 42 per cento.

Meloni continua a escludere un accordo con Vannacci. La sua formula è netta: “Per me è molto più importante vincere per governare che vincere per non governare”.

Il ragionamento della premier porta direttamente al tema del voto utile. Futuro Nazionale, osserva, è oggi formato anche da parlamentari eletti nelle liste del centrodestra e sostiene però provvedimenti dell’opposizione. “Se accade una volta può accadere una seconda”, avverte.

È un messaggio rivolto contemporaneamente agli alleati e agli elettori. Meloni non rinuncia alla riforma elettorale, non apre formalmente a Futuro Nazionale e continua a sostenere che la legislatura debba arrivare alla sua scadenza. Ma le scelte del governo, la costruzione del nuovo sistema di voto e il confronto interno al centrodestra hanno già aperto la partita del 2027.

La campagna elettorale, dunque, può non essere ancora cominciata nelle parole della premier. Nelle decisioni politiche, il calendario è già più avanti.