Il centrosinistra si ripresenta venerdì al tavolo senza centristi e senza Renzi, e continua a non avere una data per le primarie: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni si rivedono con Avs e M5s che chiedono di votare entro il primo febbraio e un Pd che prende tempo, mentre Goffredo Bettini rilancia con un terzo candidato oltre alla segretaria e all’ex premier e con Renzi dentro la coalizione. Ma partiamo con ordine.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si ritrovano venerdì prossimo senza i centristi e senza un’intesa su data, format e perimetro delle primarie: Avs e M5s chiedono di votare entro il primo febbraio, il Pd ipotizza i gazebo tra febbraio e marzo, la segretaria non ha dichiarato la propria posizione.
L’incontro risulta confermato, ma il tavolo resta a tre. L’area di centro non ha una struttura che le consenta di presentarsi con un interlocutore unico, e nessuno dei presenti ha indicato una scadenza per il suo ingresso. Difficile che da venerdì esca una decisione: prima di avviare la corsa ai gazebo restano irrisolti il capitolo della politica estera e la strutturazione del centro.
Il Pd ha fissato la propria linea sabato scorso a Montepulciano con Igor Taruffi, responsabile organizzazione e voce ufficiale del partito quando non parla la segretaria: programma chiuso “entro la fine dell’anno” e primarie “l’inizio dell’anno prossimo”. L’idea è tenere i gazebo a febbraio, forse a marzo, a ridosso dell’apertura ufficiale della campagna elettorale.
Chi chiede di accelerare
Bonelli ha chiesto di nuovo di anticipare. “Le primarie prima si fanno è meglio”, ha dichiarato, escludendo che si possa votare entro dicembre e indicando nel primo febbraio il termine massimo. Il calendario di Avs coincide dunque con il limite inferiore di quello del Pd, ma i due non coincidono sul limite superiore.
Conte ha affrontato il tema a “Tagadà”. Alla domanda se febbraio sia troppo tardi ha risposto: “Non lo dica a me”. Ha ricordato che il Movimento ha chiuso da oltre un mese il proprio percorso, con 17mila persone ascoltate, e ha precisato: “si scriva un programma e poi se dobbiamo trovare il candidato che possa rappresentare la coalizione si faccia anche questo presto”.
Il leader M5s ha poi descritto il costo politico dell’attesa. Meloni “parla con voce univoca”, ha dichiarato, mentre nel centrosinistra “ci sono tante voci: non funziona”. Ha aggiunto che la premier “non parla con la gente” ma diffonde video “patinati”, e ha concluso che il ritardo sta consegnando un vantaggio alla presidente del Consiglio. Quanto alla propria candidatura, ha rivendicato di essere stato giudicato “all’opera in due governi diversi”.
La pressione arriva anche dall’interno del Pd. Nicola Zingaretti ha dichiarato che sia preferibile far decidere la leadership all’elettorato “piuttosto che stare altre settimane sui ‘se’, i ‘ni’, i ‘ma’”. Più di qualcuno tra i sostenitori della segretaria condivide l’esigenza di fare in fretta: la posizione di Schlein, che sembra ancora convinta di dover prendere tempo, è quindi minoritaria anche tra i suoi.
Il tavolo a tre sotto accusa
Il formato a tre partiti è contestato da Riccardo Magi, segretario di +Europa. “La formula ‘a tre’? È quella che sta sotto al 40%”, ha dichiarato, sostenendo che l’area centrista sia necessaria alla vittoria. Ha respinto anche l’argomento della frammentazione: “Non ci chiamano perché siamo troppi? E Avs che ha due rappresentanti al tavolo va bene?”.
Silvia Salis, sindaca di Genova, ha rilanciato l’appello a non ripetere l’errore del 2022: davanti a una sfida “epocale” il campo progressista deve puntare “a essere il più ampio possibile”. Il tavolo di venerdì va nella direzione opposta: tre sigle, nessun rappresentante dell’area moderata.
Il terzo uomo di Bettini
La posizione più distante dal calendario del Nazareno è quella di Goffredo Bettini, ex europarlamentare del Pd ed esponente di peso del partito. Su Matteo Renzi non ha lasciato margini: “deve stare dentro”, perché “in questi anni ha fatto un’opposizione a Meloni limpida ed efficace”. Renzi non partecipa al tavolo di venerdì.
Bettini ha messo in discussione anche il format. Le primarie, ha dichiarato, non devono limitarsi a due candidati, perché ciò “renderebbe più radicale la contrapposizione”. Ha spiegato di ritenere necessario organizzare, oltre alla sinistra, un’area di democratici, liberali, socialisti e civici che non votano i partiti esistenti. Non ha indicato nomi per una terza candidatura.
Sul calendario si è allineato a Conte e Bonelli: “va evitato uno scontro distruttivo e vanno fatte presto”, ha precisato, perché la fase di sospensione “ci logora” mentre Meloni e il centrodestra sono “in pieno assetto di combattimento”. Un’accelerazione, la sua, che però richiede prima un’area centrista organizzata e un terzo nome: due condizioni che oggi non esistono.
Interrogato sull’ipotesi di una vittoria di Conte, ha risposto che l’ex premier “ha saputo dirigere un governo di coalizione che ha salvato l’Italia” e che il Pd resterebbe determinante in qualsiasi scenario. Concentrarsi sulla questione del leader, ha aggiunto, contraddice il modo in cui si dovrebbe andare al voto: “come una squadra, con un programma comune”.
Il bilancio alla vigilia del vertice è quello di una coalizione che discute di tempi, formato e perimetro senza averne deciso uno. Non risultano dichiarazioni dirette di Schlein sul calendario proposto da Avs e M5s, né una proposta unitaria sull’ingresso dei centristi o sulla presenza di Renzi.

