Dalla coalizione anti-Isis alla Nato Mission Iraq: come si è trasformata la presenza militare straniera nel paese

Gli attacchi con droni contro i soldati italiani ad Erbil e contro il contingente di Parigi nel Kurdistan iracheno — con un militare francese rimasto ucciso — segnalano che quello mesopotamico resta un teatro caldo, dove Washington, Roma, Madrid, Berlino, l’Aja, Copenaghen, Londra e Ankara mantengono effettivi con obiettivi divergenti e una trasparenza sui numeri che si è fatta via via più scarsa.

Nato Mission Iraq

Gli attacchi con droni alla base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, senza vittime, e quello contro il contingente francese, costato la vita a un militare di Parigi, pongono con forza il tema della permanenza di contingenti internazionali in un paese che porta i segni di decenni di guerre, rivolte interne e terrorismo. La presenza militare straniera in Iraq nel 2026 si presenta molto diversificata rispetto agli anni della guerra aperta contro lo Stato islamico, ma resta significativa e articolata.

Il quadro attuale è segnato da una progressiva riduzione della missione della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, dal consolidamento della Nato Mission Iraq con compiti non-combat di advisory e capacity building, e dalla permanenza di alcuni dispositivi nazionali o bilaterali, a cominciare da quello turco nel nord. A rendere complessa una ricostruzione precisa contribuiscono due fattori: la sovrapposizione tra missioni diverse e la riluttanza di diversi governi a pubblicare numeri aggiornati sugli effettivi dispiegati.

La presenza straniera si regge oggi su due architetture principali. La prima è la Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve, nata nel 2014 per sostenere Baghdad nella lotta contro lo Stato islamico. La seconda è la Nato Mission Iraq, lanciata nel 2018 con compiti di addestramento, consulenza e rafforzamento delle istituzioni della difesa irachene.

Negli ultimi diciotto mesi il peso relativo delle due strutture è mutato. Stati Uniti e Iraq hanno concordato nel 2024 una transizione che prevede la conclusione della missione militare della coalizione entro settembre 2025. Non si è trattato di una scomparsa totale, ma di una riconfigurazione: meno dispositivo direttamente legato alla campagna anti-Isis, più cooperazione bilaterale e più enfasi sulla missione Nato. Per questo, nel 2026, la presenza straniera in Iraq è più ristretta rispetto al passato, ma non marginale. 

Washington riduce, ma non abbandona

Gli Stati Uniti restano il paese straniero con la presenza militare più rilevante in Iraq, anche se enormemente ridotta rispetto agli anni precedenti. Il contingente americano è presente dal 2014 nel quadro di Operation Inherent Resolve. All’inizio del 2025, varie ricostruzioni giornalistiche indicavano una forza di circa 2.500 uomini, successivamente avviata a una contrazione sotto quota 2.000 nell’ambito del processo concordato con Baghdad. Un dato ufficiale preciso e aggiornato a marzo 2026 non risulta disponibile.

Dal punto di vista geografico, il baricentro si è spostato sempre più verso Erbil, nel Kurdistan iracheno, mentre Baghdad mantiene una funzione politico-militare e di raccordo, e siti come Ain al-Asad hanno conosciuto una fase di ridimensionamento o trasferimento di responsabilità. La presenza americana non va quindi letta come un ritiro completo, ma come il passaggio da una missione di coalizione più ampia a un assetto più leggero, selettivo e incardinato sul rapporto bilaterale con il governo di Baghdad e con le autorità curde. 

L’Italia tra Erbil e la Giordania

L’Italia è tra i paesi europei più presenti in Iraq e continua a svolgere un ruolo rilevante sia nella cornice della coalizione anti-Daesh sia in quella della Nato Mission Iraq, nell’ambito dell’Operazione Prima Parthica, avviata il 14 ottobre 2014 e oggi agli ordini del colonnello Stefano Pizzotti. Il baricentro operativo è Erbil, dove Camp Singara ospita il comando del contingente nazionale terrestre. Una presenza italiana è anche a Baghdad, soprattutto nell’ambito della Nato Mission Iraq e delle strutture di supporto diplomatico e operativo come Union III e il Baghdad Diplomatic Support Center.

Per quanto riguarda i numeri, il contingente è stato fortemente ridotto. A fronte di un’autorizzazione parlamentare 2025 data per 1.270 unità, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha comunicato che il personale, già ridimensionato in via precauzionale, ammonta al momento a 141 unità in fase di ridislocazione temporanea: 102 soldati sono stati riportati in Italia, altri 75 spostati in Giordania. 

Spagna, Germania, Paesi Bassi e Danimarca

Madrid partecipa dal 2015 alla missione di supporto all’Iraq, integrata sia nella coalizione anti-Isis sia nella Nato Mission Iraq. Secondo il ministero della Difesa spagnolo, il contingente conta attualmente 370 uomini, la maggior parte schierati nella base di Besmayah, il resto distribuito tra Baghdad e Taji. La presenza spagnola si concentra in attività di formazione e assistenza, in linea con la trasformazione complessiva della presenza straniera nel paese.

Anche la Germania mantiene una presenza militare in Iraq, sebbene il dato pubblico più chiaro sia quello del tetto massimo autorizzato e non degli effettivi schierati. Berlino partecipa dal 2015 al dispositivo anti-Isis e dal 2020 alla Nato Mission Iraq. Il mandato autorizza fino a 500 militari nel teatro Giordania-Iraq, con il grosso del personale distribuito tra al-Azraq in Giordania ed Erbil, e singoli elementi anche a Baghdad. Il numero effettivo di soldati tedeschi oggi presenti sul suolo iracheno è verosimilmente inferiore al massimo autorizzato.

Più trasparente appare la posizione olandese. L’Aja distingue tra la propria presenza nella Nato Mission Iraq a Baghdad, il contributo alla Joint Operational Command Advisory Team (Jocat) a Erbil, il sostegno al ministero degli Affari Peshmerga curdo e una piccola componente di supporto nazionale. Un aggiornamento di inizio 2026 indica 15 militari a Baghdad e 5 a Erbil. La Danimarca, dopo aver azzerato il proprio contributo terrestre a Operation Inherent Resolve, mantiene 10 effettivi tra ufficiali di staff e adviser presso il quartier generale della missione Nato a Union III. 

Francia e Regno Unito: numeri non dichiarati

La Francia opera dal 19 settembre 2014 nel quadro di Opération Chammal, il proprio contributo a Inherent Resolve. La presenza francese in Iraq è legata soprattutto a Baghdad, al Baghdad Diplomatic Support Center e alle attività di formazione nell’area di Union III. Il dato di 600-900 militari spesso citato per Chammal riguarda però l’insieme del dispositivo francese nella regione, compresi assetti aerei e navali, e non permette di isolare con precisione gli effettivi presenti in Iraq.

Analoga la situazione britannica. Londra è presente dal 2014 con Operation Shader e ha chiarito che intende proseguire il sostegno alla sicurezza irachena anche dopo la conclusione della missione militare della coalizione. La presenza britannica in Iraq risulta documentata soprattutto a Erbil, con precedenti rotazioni anche in altre basi come al-Asad, Taji e Besmayah. La cifra di circa 200 militari britannici in Iraq circolata nel 2025 offre un ordine di grandezza plausibile, ma non equivale a un dato ufficiale consolidato. 

Il caso turco: presenza autonoma nel nord

Il caso turco è strutturalmente diverso da tutti gli altri. Ankara non opera principalmente nel quadro della coalizione anti-Isis o della missione Nato, pur essendo parte dell’Alleanza, ma mantiene una propria presenza militare autonoma nel nord dell’Iraq, legata alla lotta contro il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), considerato un’organizzazione terroristica da Ankara. Si tratta probabilmente del secondo dispositivo straniero più consistente nel paese dopo quello americano.

Le fonti più accreditate parlano di quasi 40 basi e avamposti turchi nel nord dell’Iraq e di una consistenza stimata non inferiore a 5.000 uomini, forse il doppio secondo altre fonti. Non si tratta di dati ufficiali, ma di stime convergenti. La base più nota è quella di Zilkan-Bashiqa, a nord-est di Mosul, documentata almeno dal 2015. A questa si aggiunge una rete di postazioni nelle aree di Duhok ed Erbil, rafforzata soprattutto con le operazioni della serie Claw e in particolare con Operation Claw-Lock, lanciata nel 2022. La presenza turca in Iraq non è residuale né simbolica: è un elemento strutturale del quadro di conflitto nel nord del paese.

Chi se n’è andato e cosa rimane

Nel confronto con gli anni passati, emerge anche l’uscita o il forte ridimensionamento di alcuni attori. L’Australia ha concluso Operation Okra nel dicembre 2024 e nel 2026 non mantiene più un contingente in Iraq. Il Canada, nel quadro della nuova Operation Amarna avviata nell’aprile 2025, conferma il proprio sostegno alla missione Nato senza pubblicare né il numero degli effettivi presenti in Iraq né la loro esatta collocazione: nell’intera regione si stimano circa 200 militari canadesi.

La Nato afferma che tutti i 32 alleati, più l’Austria, contribuiscono oggi alla Nato Mission Iraq. Non significa che ogni paese mantenga un contingente nazionale autonomo e visibile sul terreno, ma conferma che la missione è diventata il contenitore istituzionale principale della presenza occidentale nel paese. Non esiste un quadro pubblico, aggiornato e dettagliato, che indichi paese per paese il numero preciso di uomini schierati.

Questo è il nodo centrale della presenza militare straniera in Iraq nel 2026: il paese ospita ancora contingenti esteri, ma il modello è diventato più frammentato, meno massiccio e molto meno trasparente rispetto agli anni in cui la lotta all’Isis produceva una presenza multinazionale visibile a tutti. I tre poli geografici che strutturano questo scenario sono Erbil con il Kurdistan iracheno, Baghdad sede della Nato Mission Iraq, e il nord controllato dalla Turchia tra Bashiqa, Duhok e le zone montane dove Ankara conduce da anni operazioni contro il Pkk. Tre teatri, un paese, nessun ritiro definitivo.