La Bce non ripeterà l’errore del 2022, Lagarde blinda l’euro dalla fiammata del petrolio iraniano

Nel 2022 il Brent a quasi 130 dollari, il gas fuori controllo, l’inflazione al 6% e le forniture russe perdute; oggi il carovita all’1,7%, la crescita “resistente” e la possibilità diplomatica di riaprire lo stretto di Hormuz. La distanza tra i due scenari è, secondo lei, la garanzia più solida contro lo spettro della stagflazione.

Eurogroup Finance ministers meeting

Christine Lagarde, presidente della Bce

La Banca centrale europea non ha intenzione di restare a guardare. All’indomani del balzo del petrolio verso quota 120 dollari — innescato dall’escalation del conflitto in Iran e seguito da una brusca discesa sotto i 90 — Christine Lagarde ha scelto tre emittenti francesi, France Inter, France 2 e TV5 Monde, per lanciare un segnale inequivocabile: Francoforte interverrà se necessario, e non ripeterà i ritardi del 2022. L’inflazione nell’Eurozona è oggi all’1,7%, la crescita regge, il gas non è perduto come dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma la guardia non si abbassa.

Il fantasma del 2022 e la promessa di Lagarde

Il riferimento al 2022 non è casuale. Allora la Bce fu aspramente criticata per non aver reagito con sufficiente tempestività ai rincari dell’energia, lasciando che l’inflazione salisse ben oltre il 6% prima di muoversi con decisione. Stavolta Lagarde ha voluto chiudere ogni margine di ambiguità: “Credetemi — ha detto — prenderemo le misure necessarie per mantenere l’inflazione sotto controllo”. Una formula deliberatamente netta, che richiama l’autorevolezza dell’istituzione senza tuttavia impegnarla su date o strumenti specifici.

Sul tavolo del direttorio della prossima settimana non ci sarà una decisione affrettata. “C’è troppa incertezza e volatilità”, ha spiegato la presidente. Il metodo sarà quello della verifica: “È imperativo verificare le fonti, l’autenticità dei fatti che si esaminano”. Solo dopo vengono gli scenari — un conflitto che dura due mesi o un anno, il greggio che risale a 130 dollari, il gas che vola come nel 2022 — sui quali costruire risposte adeguate.

Stagflazione esclusa, ma i mercati già si muovono

Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis aveva evocato al termine dell’Eurogruppo lo spettro della stagflazione, quella combinazione tossica di crescita anemica e prezzi in ascesa che segnò gli anni Settanta del Novecento. Lagarde ha respinto il paragone con nettezza. “Non penso per nulla che siamo nella situazione di stagflazione”, ha detto, ricordando che quella stagione fu causata da aspettative di inflazione lasciate senza controllo. Oggi “tutti i banchieri centrali sono attenti” a non lasciare sfuggire di mano la situazione.

I mercati, tuttavia, non attendono le rassicurazioni di Francoforte. Gli analisti e gli operatori finanziari hanno già iniziato a prezzare uno o due rialzi dei tassi nell’anno in corso, in un contesto in cui fino a pochi giorni fa dominava l’aspettativa di un lungo status quo. La volatilità del greggio ha rimescolato le carte, e la Bce deve gestire anche questa pressione esogena sulle aspettative.

Le differenze strutturali rispetto all’invasione dell’Ucraina

Lagarde ha costruito la sua argomentazione su tre pilastri di differenziazione rispetto alla crisi del 2022. Il primo è il prezzo del petrolio: nel 2022 il Brent aveva sfiorato i 130 dollari e il gas era a livelli estremi; oggi, nonostante il rally, le quotazioni restano su valori più contenuti. Il secondo è l’inflazione stessa: all’1,7% nella zona euro, contro il 6% di tre anni fa. Il terzo, forse il più rilevante sul piano strategico, è la natura della perdita energetica: “Nel 2022 il gas russo lo abbiamo perso irrimediabilmente e subito”, ha ricordato la presidente. Oggi la variabile diplomatica è ancora aperta.

È qui che si innesta la prospettiva dello stretto di Hormuz. Se gli sforzi congiunti per una de-escalation riusciranno a sbloccare il traffico in quel passaggio cruciale, ha spiegato Lagarde, la situazione “tornerà rapidamente a livelli più ragionevoli”. Non uguali a quelli precedenti, ha precisato, ma “ragionevoli”. Una finestra che la diplomazia internazionale ha ancora la possibilità di tenere aperta, e che la Bce tiene in conto nei propri scenari accanto agli strumenti monetari più tradizionali.