Meloni e Merz costruiscono la nuova maggioranza Ue sulla competitività, Sanchez insorge dopo l’esclusione

Diciannove capitali rispondono a convocazione Roma-Berlino prima del Consiglio informale ad Alden Biesen. Governo spagnolo reagisce duramente attraverso media iberici, premier italiana annuncia prossimo vertice marzo.

Friedrich Merz e Giorgia Meloni

Friedrich Merz e Giorgia Meloni (foto governo.it)

Diciannove capitali convocate, una tagliata fuori. E proprio quella esclusa – la Spagna di Pedro Sanchez – alza ora la voce contro Roma. Il prevertice sulla competitività organizzato da Giorgia Meloni e Friedrich Merz prima del Consiglio informale di Alden Biesen si è trasformato in un caso diplomatico. Il governo spagnolo non usa mezzi termini: quella riunione preparatoria è “divisiva”, mina i principi fondamentali dell’Unione europea. Un affondo che arriva attraverso i media iberici, non nei corridoi di Bruxelles. E che rivela una frattura più profonda di quanto le parole distensive pronunciate in pubblico dalla premier italiana lasciassero intendere.

Meloni aveva tentato di smorzare i toni già alla vigilia. “Le alleanze sono variabili”, aveva detto. E ancora: simili iniziative “non sono contro qualcuno”. Ma alla Moncloa il messaggio non è bastato. Perché il formato scelto dall’Italia – convocare tre quarti dei membri dell’Unione per costruire una posizione comune da portare poi al tavolo ufficiale – ha toccato un nervo scoperto. La Spagna si è sentita marginalizzata. E ha reagito.

La ricostruzione che filtra dalle fonti governative spagnole è precisa. I negoziati per organizzare il prevertice si sono svolti a livello di sherpa. Quando l’incontro ha preso forma, Madrid ha fatto sapere di non ritenere opportuno tenere riunioni preliminari che escludessero alcuni Paesi. Risposta italiana: niente invito per la Spagna. “Abbiamo comunicato al governo italiano che questo tipo di iniziativa mina i principi fondamentali dell’Unione europea e, invece di avvicinare le soluzioni, le allontana ulteriormente”, riporta El Pais citando fonti governative.

La versione di Palazzo Chigi

Da Roma arriva però una lettura diversa dei fatti. Dopo il prevertice, Meloni e Sanchez si sono parlati a margine del Consiglio informale. E, sostengono fonti della presidenza del Consiglio, “nel corso del colloquio, il Presidente Sanchez non ha sollevato alcuna questione in merito al mancato invito alla riunione di coordinamento svoltasi nella mattinata prima dell’avvio dei lavori al Castello di Alden Biesen”. Tradotto: se c’era un problema, perché non è stato affrontato faccia a faccia? La domanda resta sospesa. Così come resta in piedi l’iniziativa italiana, che Meloni intende “strutturare” sul modello già applicato al dossier immigrazione.

Al prevertice hanno partecipato diciannove Paesi e la Commissione europea. L’obiettivo dichiarato: fornire al Consiglio “elementi più precisi e una convergenza già definita”. Un metodo che, secondo la premier, “può aiutare il Consiglio e può aiutare la Commissione”. Parole distensive erano state rivolte soprattutto alla Francia, che ha scelto di partecipare. “C’è sicuramente un motore italo-tedesco, una convergenza con Merz, ma è qualcosa che non si fa contro o escludendo qualcun altro: la Francia partecipa al tavolo sulla competitività ed è un bene perché è un Paese importante”, aveva detto Meloni.

L’immagine della concordia e le crepe sotterranee

Merz e Macron hanno voluto sigillare pubblicamente la sintonia. Dopo il prevertice si sono presentati insieme al punto stampa del Consiglio informale, assicurando “concordia” sugli obiettivi. Una messa in scena calibrata, pensata per trasmettere compattezza. L’iniziativa sembrava assorbita. Poi è arrivato lo strappo spagnolo.

I leader hanno già concordato di rivedersi a margine del Consiglio europeo di marzo “per mantenere alta l’attenzione sui temi della competitività e contribuire alla definizione di obiettivi concreti e scadenze precise”. Dunque il format andrà avanti. Tra poco più di un mese si vedrà che piega prenderà questa iniziativa dei Paesi “like-minded” – espressione invalsa nel gergo comunitario per indicare Stati con posizioni affini – che in questo caso rappresentano tre quarti dei membri dell’Unione.

Coesione contro competitività, Nord contro Sud

Le maggioranze sono variabili, questo è pacifico. Ci si può ritrovare su fronti diversi a seconda del dossier esaminato. Sulla coesione Meloni è stata netta: “Non è alternativa alla competitività, perché senza coesione tu lasci indietro interi territori, non ci sono le infrastrutture adeguate e dunque mini la competitività, e su questo ci troveremo d’accordo con i Paesi del Sud piuttosto che con i Paesi del Nord”. Una linea chiara, che traccia una possibile futura geografia degli schieramenti.

Altrettanto chiaro Merz in serata. Il leader tedesco ha ribadito la contrarietà netta agli Eurobond e ha scaricato sul bilancio comunitario l’onere di trovare risorse per finanziare la competitività. “Dobbiamo fare con i soldi che abbiamo, sul quadro finanziario la discussione sarà difficile”. Parole che suonano come un avvertimento. E che confermano, ancora una volta, come a Bruxelles le alleanze siano destinate a restare variabili. Molto variabili.