Francia contro Albanese: “Parole inaccettabili, lasci l’incarico”. È crisi aperta all’Onu
Jean-Noël Barrot definisce “oltraggiose e colpevoli” le parole pronunciate al Forum di Al-Jazeera sabato scorso. L’accusa parigina: non ha criticato solo il governo, ma un’intera nazione. Polemiche trasversali anche in Italia.
Francesca Albanese
La Francia, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha chiesto ufficialmente le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi. La richiesta arriva dopo le dichiarazioni rilasciate sabato 7 febbraio durante il Forum di Al-Jazeera, definite dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot “oltraggiose e colpevoli”. Parigi condanna senza riserve le parole della giurista italiana, accusata di aver preso di mira non soltanto il governo israeliano — la cui politica è legittimamente criticabile — ma Israele come popolo e come nazione. Una distinzione, questa, che per Barrot rende le affermazioni di Albanese “assolutamente inaccettabili”.
La posizione francese si inserisce in un quadro di crescente tensione diplomatica attorno alla figura della relatrice Onu. In Italia, l’Unione delle comunità ebraiche (Ucei) ha accusato Albanese di essere vicina ad Hamas e di rappresentare un pericolo. La Lega ha presentato una risoluzione parlamentare per chiederne la rimozione. Le critiche si concentrano su un passaggio dell’intervento tenuto al summit qatariota, nel quale Albanese ha affermato che “l’umanità ha un nemico comune”. Una frase destinata a suscitare interpretazioni divergenti e a scatenare una polemica che travalica i confini nazionali.
Le accuse di Parigi e il dibattito sulla legittimità delle critiche
Nel suo discorso, Albanese ha contestato il fatto che “invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, copertura politica, sostegno economico e finanziario”. Ha poi denunciato l’amplificazione, da parte dei media occidentali, di quella che ha definito “la narrazione pro-apartheid e pro-genocidio”. Secondo la relatrice, mai prima d’ora la comunità globale aveva preso coscienza delle sfide comuni che l’umanità si trova ad affrontare. “Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune”, ha dichiarato.
La frase ha innescato una reazione immediata. Il 9 febbraio, Albanese ha tentato di chiarire la propria posizione con un messaggio pubblicato sulla piattaforma X. “Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”, ha scritto. Una precisazione che non è bastata a placare le polemiche. Parigi ha ritenuto insufficiente la distinzione tra critica al sistema e attacco al popolo israeliano, ribadendo la richiesta di dimissioni. La questione si sposta ora sul piano politico: fino a che punto è lecito criticare uno Stato senza essere accusati di antisemitismo o di istigazione all’odio?
Il genocidio e l’appello alla mobilitazione globale
Albanese ha sostenuto che negli ultimi due anni il mondo ha assistito “alla pianificazione e alla realizzazione di un genocidio, e il genocidio non è finito”. Anzi, a suo avviso, è “ora pienamente evidente”. La relatrice ha descritto il rispetto delle libertà fondamentali come “l’ultima via pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”. Ha quindi lanciato un appello alle più varie categorie della società, invitandole a “cambiare le nostre abitudini: da ciò che scegliamo di comprare, consumare, leggere, a come ci poniamo di fronte al potere”.
Il discorso si conclude con una dichiarazione di fiducia: “Credo fermamente che la Palestina sarà libera. Ma dobbiamo agire e il momento è adesso”. Albanese ha indicato il 2026 come un anno di “pieno impegno verso la responsabilità e la giustizia”. Le sue parole richiamano una tradizione di attivismo che intreccia diritto internazionale e mobilitazione civile, ma sollevano interrogativi sulla compatibilità tra il ruolo di relatrice Onu e l’assunzione di posizioni così esplicite. La richiesta di dimissioni da parte della Francia segna un punto di rottura: Parigi, tradizionalmente attenta agli equilibri multilaterali, ha scelto di intervenire con fermezza, segnalando che il limite è stato oltrepassato.
