Nepal, oltre 1.100 morti per la piena: quasi 4.000 persone disperse

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A sette giorni dalla catastrofe del 26 agosto, la National Disaster Risk Reduction and Management Authority aggiorna a 1.114 le vittime e a 3.916 gli irreperibili. I soccorritori continuano a cercare superstiti e corpi tra Nepal, Tibet e India.

Il bilancio della catastrofe che ha colpito il Nepal settentrionale e il confine con il Tibet continua ad aggravarsi. Secondo l’ultimo dato ufficiale della Ndrrma nepalese, sono stati recuperati 1.114 corpi e 3.916 persone risultano ancora irreperibili. Undicimila 993 persone sono state tratte in salvo e oltre 21 mila uomini delle forze di sicurezza partecipano alle operazioni.

Numeri diversi tra le autorità

I conteggi nepalesi non coincidono ancora. La polizia ha comunicato 1.127 corpi recuperati e 4.858 persone ancora segnalate come disperse. Dei cadaveri recuperati, 911 non sono stati identificati e soltanto 95 sono stati restituiti alle famiglie.

La piena ha trascinato vittime anche oltre il confine. Nove corpi sono stati recuperati in India dopo essere stati trasportati per centinaia di chilometri lungo i fiumi Bhotekoshi, Trishuli e Narayani.

Sul versante tibetano, le autorità cinesi hanno portato a 21 il numero dei morti e a 541 quello dei dispersi nell’area di Gyirong, nella prefettura di Shigatse. Tra gli irreperibili figurano 261 cittadini stranieri provenienti da 23 Paesi. Il ministero degli Esteri cinese ha inoltre riferito di quasi cento cittadini cinesi dispersi nelle aree colpite in Nepal.

Riaperta la strada verso Gyirong

Le operazioni cinesi hanno registrato un progresso con la sostanziale riapertura della strada terrestre verso il cuore dell’area devastata. Circa tre chilometri della strada nazionale G216 erano stati distrutti dalla catastrofe. Dalle 10 ora locale, mezzi pesanti, soccorritori e attrezzature hanno potuto raggiungere le zone più colpite.

Pechino ha mobilitato oltre 2.300 soccorritori, più di 400 veicoli e migliaia di apparecchiature. Droni ed elicotteri vengono impiegati per le ricerche e per il trasporto dei materiali nelle aree ancora difficili da raggiungere.

La riapertura della viabilità consente di concentrare le risorse nei punti dove le operazioni restano più complesse, soprattutto negli impianti idroelettrici investiti dalla massa di acqua, ghiaccio, roccia e fango.

Una frana partita dal ghiacciaio

Le indagini condotte sui due versanti della frontiera stanno ricostruendo la dinamica dell’evento. Secondo gli esperti cinesi, alle 10.52 del 26 agosto, ora di Pechino, una grande massa di ghiaccio e roccia si è staccata a circa 5.200 metri di quota dal versante settentrionale del Langtang Lirung, in territorio nepalese.

Il materiale è precipitato per oltre mille metri e si è trasformato in una colata di detriti lunga circa 22 chilometri. La massa ha raggiunto Gyirong in appena sei-sette minuti, prima di riversarsi verso valle in Nepal.

Gli esperti cinesi collegano l’instabilità del ghiacciaio agli effetti di lungo periodo del riscaldamento climatico. La dinamica rende particolarmente complessa la valutazione del rischio nelle valli attraversate dai corsi d’acqua e nelle aree dove sorgono infrastrutture energetiche.

L’allarme arrivò dopo 38 minuti

La catastrofe ha aperto in Nepal anche un confronto sull’efficacia dei sistemi di allerta. Secondo la ricostruzione del Kathmandu Post, il collasso glaciale venne registrato alle 8.37, ora nepalese, mentre il primo allarme generale via sms alle comunità a valle partì alle 9.15: 38 minuti più tardi.

Nel frattempo la piena aveva già distrutto una stazione idrometrica e interrotto le comunicazioni in alcune delle zone più vicine all’origine dell’evento. Il primo ministro Balendra Shah, intervenuto in Parlamento, ha difeso l’azione del governo e ha definito l’evento “oltre la capacità di previsione” delle strutture esistenti.

La questione dell’allerta resta quindi legata non solo ai tempi di rilevazione del fenomeno, ma anche alla possibilità di trasmettere rapidamente l’informazione alle popolazioni esposte quando infrastrutture e comunicazioni vengono travolte nella fase iniziale della piena.

Le centrali tra i luoghi più colpiti

Le ricerche restano difficili soprattutto negli impianti idroelettrici investiti dalla colata. Centinaia di lavoratori risultano ancora dispersi e squadre specializzate stanno cercando di raggiungere centrali sotterranee e tunnel ostruiti dal fango e dai detriti.

Una prima valutazione dell’Undp quantifica in circa 2,2 milioni di tonnellate i detriti depositati dall’alluvione. Undici centrali idroelettriche e un impianto solare, per una capacità complessiva di 431 megawatt, hanno cessato di funzionare. Altri 15 progetti idroelettrici ancora in costruzione hanno riportato danni.

Il bilancio umano resta dunque ancora provvisorio, mentre le operazioni di ricerca proseguono su entrambi i lati della frontiera. La distanza tra i conteggi delle autorità nepalesi e le difficoltà di identificazione dei corpi rendono incerta la definizione finale delle vittime.