Petrolio fermo, miliardi perduti e negoziati incagliati: Washington prova a piegare Teheran senza sparare
Trump ha notificato formalmente al Congresso la fine delle “ostilità”, ma il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento economico: quarantadue petroliere bloccate, sei miliardi di perdite per Teheran, e trattative che non decollano.
Donald Trump
A sessanta giorni esatti dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — il 28 febbraio 2026, con la morte di Khamenei e di decine di alti funzionari del regime — Donald Trump ha inviato una lettera al presidente della Camera Mike Johnson dichiarando che le “ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate”. Nessuno scambio di colpi tra forze americane e iraniane dal 7 aprile. La mossa è calcolata: la Casa Bianca sostiene che il cessate il fuoco sospende il computo dei sessanta giorni previsti dal War Powers Act, aggirando così l’obbligo di richiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire le operazioni militari. Trump ha definito quella legge “totalmente incostituzionale”, aggiungendo che “non è mai stata usata prima”.
Ma “terminate” le ostilità non significa chiusa la partita. Il blocco navale americano — in vigore dal 13 aprile e applicato alle sole navi dirette da e verso i porti iraniani — resta operativo. Il Centcom ha riferito di aver bloccato quarantadue petroliere. Il Pentagono stima che Teheran abbia perso quasi cinque miliardi di dollari in ricavi petroliferi dall’avvio del blocco; trentuno petroliere cariche di cinquantatré milioni di barili di greggio restano ferme nel Golfo. Trump è netto: “Il blocco ai porti iraniani funziona al cento per cento”.
Il nodo negoziale con Teheran
I negoziati procedono, ma senza slancio. Gli inviati presidenziali Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero dovuto incontrare la delegazione iraniana a Islamabad, ma Trump li ha fermati prima della partenza. Teheran, dal canto suo, ha avanzato una nuova proposta tramite mediatori pakistani: apertura del dossier nucleare in cambio di un allentamento delle sanzioni, contestualmente alle garanzie americane di cessare gli attacchi e revocare il blocco dei porti. Una posizione più flessibile rispetto al passato, quando la rimozione del blocco era presentata come precondizione assoluta ai negoziati. L’Iran si è detto disponibile a trattare in Pakistan agli inizi della settimana entrante, se Washington si mostrasse aperta.
Trump ha tuttavia liquidato l’ultima proposta iraniana con freddezza: “Non sono soddisfatto, stiamo ancora negoziando telefonicamente. Non sono sicuro che arriveremo a un accordo”. Il presidente ha descritto il regime di Teheran come un interlocutore caotico: “Sono molto disorganizzati. Non riescono ad andare d’accordo tra loro. Non sanno chi sia il vero leader”. Una fonte iraniana alla Cnn ha confermato la profonda sfiducia reciproca, sottolineando che Teheran non comprende perché Washington abbia abbandonato il tavolo di Islamabad nell’ultimo round.
Roma e Madrid nel mirino di Trump
Sul fronte degli alleati europei, Trump ha alzato il tono. “Non sono contento dell’Italia e non sono contento della Spagna”, ha dichiarato il presidente, accusando i due Paesi di ritenere “accettabile” che l’Iran possieda armi nucleari e di non aver “dato una mano” agli sforzi bellici americani. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha ribadito la linea: “Il presidente Trump è stato chiaro sul fatto che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare, e i negoziati continuano per garantire la sicurezza nazionale a breve e lungo termine degli Stati Uniti”.
In questo contesto si inserisce anche l’annuncio del Pentagono sul ritiro di cinquemila soldati americani dalla Germania, inquadrato come segnale del malcontento di Trump verso gli alleati europei sul dossier iraniano. Secondo fonti citate da Cbs, parte delle truppe rientrerà negli Stati Uniti per essere ridispiegata nell’area indo-pacifica. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha indicato che il processo potrebbe completarsi nei prossimi sei-dodici mesi.
Il fronte libanese e la questione cristiana
Sul versante mediorientale, il 23 aprile è stata annunciata una proroga di dieci giorni alla tregua tra Israele e Libano, avviata il 17 aprile. Il cessate il fuoco potrebbe aprire uno spiraglio verso un accordo più ampio tra Iran e Usa, ma i negoziati restano in stallo. Dopo l’annuncio della tregua, l’Iran ha riaperto brevemente lo Stretto di Hormuz, salvo poi richiuderlo. Il ministro degli Esteri Araghchi ha dichiarato di “valutare la richiesta di colloqui diretti con gli Usa” ed è stato ricevuto da Putin a San Pietroburgo. Il segretario di Stato Rubio ha risposto senza ambiguità: “Non possiamo tollerare che Teheran gestisca Hormuz”.
In questo quadro geopolitico irrisolto si è inserita una nota di tensione religiosa. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha denunciato su X “un quadro di crescente ostilità nei confronti della comunità cristiana” in Israele, Gaza, Cisgiordania e Libano meridionale, postando il video di un’aggressione subita da una suora francese davanti al Cenacolo sul Monte Sion a Gerusalemme. “Continuiamo a chiedere al Governo israeliano di garantire la libertà religiosa e la presenza dei cristiani che sono da sempre fautori di pace in Medioriente”, ha scritto il titolare della Farnesina.
Trump ha infine anticipato di considerare la sua partecipazione al G7 di giugno in Francia: “Probabilmente andrò”. E ha ribadito la sua previsione economica sullo scenario post-conflitto: “Quando questa guerra finirà, il petrolio, il gas e tutto il resto crolleranno”.
