Starmer travolto dal voto inglese e scoppia la crisi nel Labour britannico. Farage gongola
Enzo Marino 10 Maggio 2026
Keir Starmer
Keir Starmer resta a Downing Street, ma il voto locale e regionale consegna al premier britannico una delle peggiori crisi politiche dall’inizio del suo mandato. Le elezioni amministrative in Inghilterra, insieme ai risultati maturati in Scozia e Galles, hanno premiato in modo netto Reform UK di Nigel Farage, certificando il crollo del consenso laburista e l’indebolimento dell’intero sistema bipartitico britannico.
Il Labour ha perso centinaia di seggi e il controllo di diversi consigli comunali. A Wigan, roccaforte della ministra della Cultura Lisa Nandy, i laburisti hanno ceduto tutti i 22 seggi a Reform UK. A Tameside, nell’area della Greater Manchester legata ad Angela Rayner, il partito ha perso 16 dei 17 seggi in palio.
Starmer ha riconosciuto la gravità della sconfitta senza tentare attenuanti. “È stata davvero dura e non ho intenzione di indorare la pillola”, ha dichiarato il premier. “È fondamentale riflettere e rispondere quando l’elettorato invia un messaggio del genere.”
L’ascesa di Farage
Il vero vincitore della tornata è Nigel Farage. Reform UK ha conquistato due consigli comunali completi, Newcastle-under-Lyme e Havering, ottenendo circa 400 seggi aggiuntivi e sottraendo voti tanto ai laburisti quanto ai conservatori. Più ampia ancora la crescita certificata dai risultati definitivi, con oltre 1.400 nuovi consiglieri eletti.
Farage ha definito il risultato “storico” e ha rilanciato l’ambizione nazionale del movimento: “Il meglio deve ancora arrivare”. L’avanzata di Reform UK si è consolidata soprattutto nelle aree popolari e post-industriali dell’Inghilterra, tradizionalmente vicine al Labour. Il voto ha premiato la retorica anti-immigrazione, le posizioni contro il sistema politico tradizionale e la critica alle oscillazioni del governo su welfare, tasse e sicurezza delle frontiere.
A pesare sulla crisi laburista è stato anche il caso Peter Mandelson, nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti nonostante le polemiche sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Un episodio che ha alimentato ulteriormente la percezione di distanza tra il partito e il suo elettorato storico.
Conservatori tra perdite e recuperi
Anche i Conservatori escono ridimensionati, pur limitando i danni in alcune aree strategiche. I Tories hanno perso il controllo dell’Hampshire e registrato arretramenti in diversi territori, ma sono riusciti a riconquistare Westminster, sede simbolica del potere britannico, mantenendo inoltre Fareham, Harlow e Broxbourne. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha rivendicato i risultati ottenuti nelle aree urbane più competitive.
“I Tories stanno tornando, riconquisteremo il potere”, ha dichiarato. La crisi dei due principali partiti favorisce però anche le formazioni minori. I Liberal Democratici hanno conquistato Stockport e Portsmouth, mantenendo Eastleigh e Richmond-upon-Thames. I Verdi guidati da Zack Polanski hanno aumentato la propria presenza locale con decine di nuovi seggi.
Il dato politico più rilevante resta tuttavia il mutamento strutturale del quadro britannico. Il tradizionale sistema bipartitico appare sostituito da una configurazione a cinque poli, nella quale Labour e Conservatori non riescono più a monopolizzare il consenso.
Scozia e spinte separatiste
In Scozia, lo Scottish National Party di John Swinney ha ottenuto 58 seggi sui 129 del Parlamento di Holyrood, senza raggiungere la maggioranza assoluta ma confermandosi primo partito davanti a Labour e Reform UK, entrambi fermi a 17 seggi. Swinney ha utilizzato il risultato per rilanciare il tema dell’indipendenza scozzese.
“I risultati in tutto il Regno Unito hanno dimostrato chiaramente l’urgenza dell’indipendenza”, ha sostenuto durante una conferenza stampa. Il leader nazionalista ha indicato la crescita di Farage come un rischio diretto per la Scozia, sostenendo che Edimburgo debba poter decidere il proprio futuro costituzionale prima delle prossime elezioni legislative britanniche previste nel 2029.
Pur senza la maggioranza assoluta, Swinney ha rivendicato la superiorità numerica del fronte indipendentista grazie ai 15 seggi conquistati dai Verdi scozzesi. “Oggi ci sono più deputati pro-indipendenza che mai nella storia del Parlamento scozzese”, ha affermato.
Il tema separatista attraversa anche il Galles, dove il Labour rischia di perdere il controllo politico dopo 27 anni di governo. Le proiezioni indicano un testa a testa tra Plaid Cymru e Reform UK per il primato nel Parlamento gallese.
La reazione di Starmer
Sotto pressione crescente dentro il partito, Starmer ha escluso qualsiasi ipotesi di dimissioni. “Non ho intenzione di andarmene e gettare il Paese nel caos”, ha detto il premier, annunciando una fase di ricostruzione politica.
Per rafforzare una leadership indebolita, Downing Street ha avviato una sorta di “operazione nostalgia” richiamando figure storiche dell’era Blair-Brown. Gordon Brown, primo ministro dal 2007 al 2010 ed ex Cancelliere dello Scacchiere, sarà nominato inviato speciale per la finanza internazionale con il compito di orientare le strategie economiche del governo e le relazioni con l’Unione Europea.
Harriet Harman, già vicepremier durante il governo Brown, assumerà invece un ruolo di consulenza sulle politiche dedicate a donne e ragazze, con particolare attenzione al contrasto della violenza e alle opportunità economiche.
La mossa punta a disinnescare il malcontento interno mentre nel partito iniziano a circolare i nomi dei possibili successori del premier. Tra i più citati figurano il sindaco della Greater Manchester Andy Burnham, il ministro della Salute Wes Streeting e Angela Rayner.
Il voto britannico, tuttavia, sembra avere aperto una fase più ampia di instabilità politica. L’ascesa di Reform UK, la crescita delle forze autonomiste e il ridimensionamento simultaneo di Labour e Conservatori indicano un cambiamento profondo negli equilibri del Regno Unito. Una trasformazione che potrebbe ridefinire tanto Westminster quanto l’assetto stesso dell’Unione britannica.
