Una medaglia di bronzo che profuma di miracolo sportivo, Moioli completa il trittico olimpico nello snowboard
L’azzurra sale sul gradino più basso del podio a Livigno quarantotto ore dopo il ricovero per un trauma facciale che ne aveva compromesso la presenza in gara
Michela Moioli
C’è un momento, nelle grandi imprese sportive, in cui la cronaca cede il passo alla leggenda. È accaduto ieri a Livigno, sulla neve della Valtellina, dove Michela Moioli ha conquistato la medaglia di bronzo nello snowboard cross di Milano Cortina 2026. Terza piazza dietro all’australiana Josie Buff, oro, e alla ceca Eva Adamczykova, argento. Nulla di straordinario, almeno sulla carta, per un’atleta che già vanta un titolo olimpico (PyeongChang 2018) e un argento a squadre (Pechino 2022). Se non fosse che, quarantotto ore prima, la bergamasca era ricoverata in ospedale per un trauma facciale che ne aveva messo seriamente in dubbio la partecipazione ai Giochi.
Il racconto che ne emerge è quello di una rimonta duplice: prima in semifinale, poi nella finale che l’ha portata sul podio. Ma soprattutto una rimonta contro sé stessa, contro il dolore fisico, contro il dubbio che aveva iniziato a insinuarsi. “Se penso che due giorni fa, a quest’ora, ero in ospedale…”, ha detto in zona mista, lasciando la frase sospesa come capita quando le parole non bastano a contenere l’emozione. Il volto ancora segnato dai lividi, le ferite evidenti sotto le labbra. Eppure il sorriso, quello c’è. E conta più di tutto il resto.
Quando il corpo dice basta ma la testa risponde presente
“Ieri pomeriggio ho fatto click, ci sono”, ha raccontato Moioli. Un’espressione semplice che condensa l’essenza dell’atleta di alto livello: quel momento in cui la mente prevale sul corpo, in cui la determinazione diventa più forte del dolore. Non è retorica da spogliatoio, è la sostanza di chi ha costruito una carriera su cadute e rialzate. La lombarda ha avuto al fianco una squadra che non ha smesso di crederci “quando io non ci credevo”. Un dettaglio che dice tutto sulla fragilità umana dietro la corazza dell’atleta. Perché anche i campioni dubitano, vacillano, si arrendono all’evidenza. Poi, però, c’è chi trova la forza di ripartire.
Il trauma facciale di sabato aveva fatto tremare gli appassionati. Le immagini del ricovero, la prognosi incerta, il rischio concreto di dover rinunciare all’Olimpiade sognata da anni. In casa, davanti al pubblico italiano, con il peso e l’onore di rappresentare un movimento che nello snowboard cross ha scritto pagine memorabili. Troppo da perdere, forse. Invece Moioli ha scelto di rischiare, di affidarsi ai medici che “sono riusciti a rimettermi in piedi”, come ha detto lei stessa. E di presentarsi al cancelletto di partenza con “tutta me stessa”.
La collezione è completa, ma questa medaglia pesa di più
Oro, argento, bronzo. Il trittico olimpico è servito. “Collezione completata”, ha detto Moioli con un sorriso che tradiva l’orgoglio più della soddisfazione. Perché ogni medaglia ha la sua storia, certo, ma questa ha un significato particolare. Quest’Olimpiade l’avevano sognata da tanti anni, lei e tutta la squadra azzurra. Gareggiare in Italia, in casa, davanti ai propri tifosi. Un’occasione che capita una volta nella vita, se capita. E che rischiava di sfumare per un trauma banale quanto sfortunato.
“In certi momenti non ci credevo più”, ha ammesso la bergamasca. È questa sincerità a rendere l’impresa ancora più grande. Perché il vero coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di affrontarla. Moioli ha guardato in faccia il proprio limite fisico e psicologico, ha visto il baratro della rinuncia, poi ha deciso di provarci comunque. Il risultato è una medaglia che vale più di tanto, come si dice da queste parti quando le parole precise non bastano a rendere l’idea.
I lividi sotto le labbra e il sorriso che conta
Nel collegamento con la Rai, dov’era presente anche Arianna Fontana, Moioli ha mostrato le ferite. I segni evidenti sul volto, i lividi pesanti sotto le labbra. “Guarda il sorriso, è quello che conta”, ha detto rivolgendosi idealmente a tutti quelli che in questi giorni l’hanno sostenuta. La famiglia, la squadra, i medici. E infine sé stessa: “Sono tanto orgogliosa di me”. Un’affermazione che non suona come vanto, ma come conquista faticosa di chi ha dovuto lottare contro la propria fragilità.
“Faceva veramente caldo oggi”, ha aggiunto quasi a voler sdrammatizzare. Poi i saluti di rito, compreso quello alla nonna che non è riuscita a essere presente. Dettagli che riportano tutto a una dimensione umana, lontana dalla narrazione eroica che pure questa storia meriterebbe. Perché alla fine Michela Moioli è riuscita a fare quello che ogni atleta sogna: trasformare un limite in opportunità, una sconfitta annunciata in riscatto. E scrivere, senza saperlo, una delle pagine più belle di questi Giochi olimpici.
