Trump travolto dai file Epstein ma grida al complotto: “Adesso denunciamo i nemici”

Jeffrey-Epstein-President-Donald-Trump16 (1)

Jeffrey Epstein e Donal Trump

L’ex presidente degli Stati Uniti, nonostante il suo nome compaia migliaia di volte nei documenti giudiziari sull’affaire Epstein, lancia un contrattacco frontale. Dichiara di essere completamente scagionato e annuncia azioni legali contro il giornalista Michael Wolff e altri. Intanto, l’ombra dello scandalo continua ad allungarsi su membri della famiglia reale britannica, oligarchi e politici europei, tra dimissioni e scuse pubbliche.

Donald Trump trasforma una potenziale frana in una trincea. La pubblicazione di migliaia di pagine di documenti del caso Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in carcere nel 2019, invece di inchiodarlo a presunti rapporti compromettenti, diventa per lui l’occasione per un’offensiva pubblica e legale. “I file non solo mi scagionano, ma sono l’esatto opposto di ciò che sperava la sinistra radicale”, ha tuonato l’ex presidente, ignorando volutamente che il suo nome appare più di 4.000 volte nelle carte e che un memorandum dell’Fbi, non verificato, contiene una lista di accuse gravissime e non provate ai suoi danni, dallo stupro all’asta di bambine.

La strategia è chiara: voltare pagina in fretta su un capitolo che rischia di alienargli una parte della sua base Maga più conservatrice, e passare al contrattacco puntando il dito contro i suoi nemici. Il primo nome sulla lista è Michael Wolff, autore del bestseller “Fire and Fury” sul caotico primo mandato della Casa Bianca trumpiana. I nuovi documenti rivelerebbero che Epstein contattò l’ex procuratore Ken Starr – noto per l’impeachment di Bill Clinton – per chiedergli di aiutare Wolff a raccogliere informazioni compromettenti su Trump. “Wolff ha cospirato con Epstein per danneggiarmi. Probabilmente faremo causa”, ha annunciato il tycoon, lasciando intendere che un’azione legale potrebbe colpire anche l’esecutore testamentario di Epstein.

Lo speaker repubblicano chiude i ranghi attorno a Trump

A fare quadrato attorno a Trump, in un momento di potenziale vulnerabilità, arriva l’intervento dello speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson. In un’intervista alla Nbc, Johnson ha tagliato corto: “Non ho altre domande” sui rapporti fra Trump e Epstein. “Ho parlato in più occasioni privatamente con Trump del caso. Come ha detto pubblicamente, non ha mai avuto alcuna preoccupazione”, ha aggiunto, sostenendo che i documenti pubblicati spazzerebbero via ogni residuale dubbio. Johnson ha anche difeso l’operato del Dipartimento di Giustizia, respingendo le critiche all’ex ministra Pam Bondi e al suo capo di gabinetto Todd Blanche, entrambi coinvolti nelle indagini.

Proprio il Dipartimento di Giustizia, attraverso il suo vice ministro intervenuto alla Cnn, ha però scartato l’ipotesi di nuove accuse formali nel caso Epstein. Uno scandalo che, nonostante le rassicurazioni ufficiali, continua a travolgere personaggi di primo piano della scena internazionale. L’ultimo è Casey Wasserman, presidente del comitato organizzatore delle Olimpiadi di Los Angeles 2028, costretto a pubbliche scuse dopo l’emersione di uno scambio di email compromettenti con l’ex compagna di Epstein, Ghislaine Maxwell, risalente al 2003.

L’onda lunga dello scandalo tra palazzi reali e governi

Se Trump cerca di seppellire la vicenda, per altri non è affatto chiusa. La famiglia reale britannica è di nuovo sotto i riflettori più imbarazzanti. I nuovi file riaccendono l’attenzione sull’ex principe Andrea, già raggiunto da una causa civile risolta con un maxi-risarcimento. Secondo indiscrezioni riportate dalla Bbc, oltre a Virginia Giuffrè, una seconda vittima di Epstein sarebbe stata inviata nel Regno Unito per avere rapporti sessuali con il duca di York nel 2010. Il primo ministro laburista Keir Starmer ha dichiarato che Andrea dovrebbe testimoniare negli Stati Uniti, mentre un ministro del suo governo ha suggerito di convocare al Congresso anche l’ex ambasciatore britannico Peter Mandelson.

L’effetto domino ha valicato l’oceano, arrivando in Europa. In Slovacchia, le rivelazioni hanno causato le dimissioni immediate di Miroslav Lajčák, influente consigliere del premier Robert Fico. I documenti mostrano uno scambio di messaggi dell’ottobre 2018, quando Lajčák era ministro degli Esteri, in cui parlava con toni leggeri con Epstein di donne e di un imminente incontro con il ministro russo Sergei Lavrov. A tremare è anche la casa reale norvegese: la principessa ereditaria Mette-Marit, il cui nome compare nei file, è stata costretta a presentare pubbliche scuse, dimostrando come l’alone tossico di Epstein continui a contaminare le élite globali a quasi cinque anni dalla sua morte.

Le reazioni a caldo e le strategie legali in preparazione

Il quartier generale di Trump a Mar-a-Lago sta già lavorando alla controffensiva legale. Gli avvocati dell’ex presidente stanno esaminando ogni riga dei documenti pubblicati per costruire le basi di possibili cause per diffamazione e cospirazione. L’obiettivo è duplice: trasformare Trump da investigato a vittima di un complotto e silenziare definitivamente alcune voci critiche. Michael Wolff, dal canto suo, ha già respinto ogni accusa, definendo le dichiarazioni di Trump “l’ultima disperata fandonia di un uomo braccato dalla verità”.

Parallelamente, il partito repubblicano si sta attrezzando per neutralizzare politicamente lo scandalo. Comitati congressionali controllati dai GOP potrebbero avviare audizioni per indagare sulle presunte manipolazioni dei documenti o sulle fonti delle accuse più infamanti contro Trump, cercando di ribaltare completamente il frame narrativo. È una partita pericolosa, che rischia di riportare in prima pagina per mesi le peggiori associazioni dell’era Epstein, ma che Trump e i suoi alleati evidentemente ritengono preferibile alla difensiva. Nel frattempo, le vittime di Epstein e i loro legali osservano, chiedendo che l’attenzione non si distolga dalla ricerca della giustizia e dalla rete di potenti che ha permesso gli abusi.