Roma, maxi‑indagine su 44 tra poliziotti e carabinieri: scorte svuotate per 180mila euro

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Non era semplice criminalità comune, bensì un ribaltamento dei ruoli istituzionali. Chi aveva il dovere di garantire la sicurezza e l’ordine nelle strade si è trasformato in autore di reati contro il patrimonio. Al centro della vicenda vi è il grande magazzino Coin situato in via Giolitti, a pochi passi dalla stazione Termini. Qui, invece di prevenire il crimine, un gruppo di appartenenti alle forze dell’ordine avrebbe orchestrato un piano per depredare gli scaffali.
 
L’inchiesta, ancora in fase istruttoria, coinvolge complessivamente 44 militari, di cui 21 già iscritti nel registro delle notizie di reato con l’accusa di furto aggravato. La scoperta del meccanismo illecito non è giunta dalle pattuglie, ma dall’occhio impietoso delle telecamere di sorveglianza e dal lavoro analitico di una società investigativa privata incaricata dalla direzione dell’esercizio commerciale.

Il ruolo della complice interna e le dinamiche operative

I fatti risalgono al trimestre autunnale del 2024, un periodo in cui le perdite economiche dello store hanno subito un’impennata ingiustificata. Il danno stimato supera la soglia dei 180mila euro, una cifra che non può essere attribuita a distrazioni o errori di gestione. Alla base dell’operato illecito vi era una collaborazione interna: una cassiera dell’esercizio commerciale agiva come elemento di raccordo. Il suo compito consisteva nel rimuovere sistematicamente le placche magnetiche di sicurezza dagli articoli, rendendoli invisibili ai varchi di controllo.
 
La merce, una volta neutralizzata, veniva inserita in buste e consegnata direttamente agli uomini in uniforme al loro arrivo. Non si trattava di piccoli furti d’occasione; il bottino includeva cosmetici, borse, felpe, piumini, cinture e cappelli. Una rastrelliera completa che non risparmiava alcun reparto. I sospetti erano nati osservando la disparità tra le uscite reali e quelle registrate, specialmente nel settore della profumeria, dove la sola scomparsa di prodotti aveva raggiunto il valore di 45mila euro.

Alti gradi coinvolti e la risposta dell’autorità giudiziaria

La composizione del gruppo di indagati rende la vicenda particolarmente grave per l’immagine delle istituzioni. Tra i nomi figurano nove agenti di Polizia, compresi un ispettore, due commissari e un dirigente della Polizia Ferroviaria. Per quanto concerne l’Arma dei Carabinieri, le indagini puntano su un brigadiere e diversi vice-brigadieri.
 
La presenza di comandanti e figure di vertice suggerisce una possibile organizzazione gerarchica o, quantomeno, una tolleranza colpevole all’interno dei reparti coinvolti. Ora la parola passa alla magistratura. Spetterà ai giudici valutare le prove raccolte, certificare le responsabilità individuali e stabilire se esistano ulteriori complici tra i restanti militari sotto osservazione. La giustizia dovrà fare luce su come sia stato possibile che chi indossa la divisa abbia pianificato azioni così metodiche.

Dall’ammanco fisiologico al crollo verticale delle scorte

Ciò che ha allertato la proprietà del negozio è stato lo scostamento abnorme rispetto alla media storica. Normalmente, le perdite per taccheggio in grandi strutture commerciali si attestano tra il 2 e il 3 per cento del fatturato. Nel caso specifico, tale percentuale era schizzata al 10 per cento. Un dato palesemente incompatibile con la normale fluttuazione del mercato o con l’errore umano.
 
Questa anomalia statistica ha imposto una verifica approfondita, confermando che le sottrazioni avvenivano con cadenza regolare e secondo uno schema preciso. Le immagini registrate hanno fornito la prova definitiva di una condotta sistematica, trasformando un semplice controllo di gestione in un’indagine penale di vasta risonanza. Resta ora da comprendere se tali condotte fossero isolate o se rappresentassero la punta di un iceberg più ampio, capace di minare la fiducia dei cittadini verso chi ha il monopolio dell’uso legittimo della forza.