L’ora legale anticipa ancora: dal 2030 il ciclo riparte, ma il futuro dell’alternanza è in discussione

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Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo scatta il passaggio all’ora legale. Le lancette avanzano di un’ora: le due di notte diventano le tre. L’operazione è identica a quella che gli italiani compiono dal 1981, ma quest’anno presenta una piccola anomalia nel calendario: il cambio arriva con un giorno di anticipo rispetto al 2025. Non è un’eccezione, è la norma. Il regime dell’ora legale segue l’ultima domenica di marzo, e il ciclo triennale in corso continuerà ad anticipare la data fino al 25 marzo 2029. Dal 2030, il meccanismo sarà “resettato” e il cambio tornerà il 31 marzo.

La sincronia è europea. Le direttive dell’Unione impongono lo spostamento delle lancette in avanti in tutti i Paesi membri nella medesima finestra temporale: l’ultima domenica di marzo, alle 0:00 UTC, l’orario del fuso di Greenwich. Non esistono deroghe in vigore. Da quel momento, e fino al 25 ottobre 2026, le giornate saranno più lunghe. Poi, con il ritorno all’ora solare, le lancette arretreranno di nuovo di sessanta minuti.

I conti dell’ora legale: miliardi risparmiati

I benefici dell’ora legale non sono soltanto percettivi. Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione dell’energia elettrica in Italia — controllata indirettamente dal ministero del Tesoro — ha quantificato il vantaggio accumulato in vent’anni: dal 2004 al 2023, il Paese ha risparmiato circa 11,7 miliardi di kWh di elettricità e 2,2 miliardi di euro. Nel solo 2024, nei sette mesi di regime legale, il risparmio stimato è stato di 370 milioni di kWh, pari a circa 90 milioni di euro. La causa è semplice: più luce naturale nelle ore serali significa meno ricorso all’illuminazione artificiale.

L’impatto riguarda anche le emissioni. Sempre nel 2024, l’ora legale ha consentito di evitare circa 170.000 tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Un dato che assume rilievo nel contesto degli obiettivi climatici europei, dove ogni margine di riduzione conta.

L’Europa ha deciso, i governi no

Dietro la semplicità del gesto — spostare le lancette — si nasconde una questione politica aperta. Nel 2018, il Parlamento europeo ha avviato una consultazione pubblica sull’abolizione dell’obbligo di alternanza stagionale tra ora legale e solare. La consultazione si è conclusa con un orientamento favorevole alla riforma: ogni Stato membro avrebbe potuto scegliere autonomamente quale regime adottare in via permanente, entro il 2021.

Quell’anno è passato senza che molti governi si pronunciassero. La frattura geografica è netta e riflette ragioni climatiche prima ancora che politiche: i Paesi del Nord Europa sono favorevoli a mantenere l’alternanza, mentre quelli del Sud — che godono di più ore di luce naturale — preferirebbero adottare l’ora legale in forma permanente. L’Italia non ha ancora legiferato. La decisione è rinviata a data da destinarsi, mentre ogni anno, puntuale, le lancette continuano ad avanzare.