Meloni blinda Nordio sul caso Minetti: “Rispettate le procedure, si indaghi sulla documentazione”

Palazzo Chigi chiude i ranghi attorno al Guardasigilli dopo che la grazia concessa all’ex consigliera regionale ha sollevato interrogativi fino al Quirinale. La premier compare a sorpresa in conferenza stampa e traccia una linea netta: il ministero ha rispettato legge e prassi, le responsabilità vanno cercate altrove.

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Giorgia Meloni

Il governo regge la pressione sul caso Minetti affidandosi a una doppia mossa: la copertura politica della premier e la difesa tecnica del sottosegretario Mantovano. La tesi è univoca — il ministero non dispone degli strumenti investigativi per rilevare le criticità emerse — ma l’opposizione non la accetta.

Meloni a sorpresa in conferenza stampa

La sequenza è costruita con cura. Venerdì la telefonata tra Giorgia Meloni e Carlo Nordio; sabato l’incontro tra il ministro della Giustizia e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Palazzo Chigi presidia il perimetro, e lo fa con il massimo rango disponibile. La premier compare a sorpresa al termine del Consiglio dei ministri convocato in vista del 1° maggio, ufficialmente per illustrare le misure del decreto lavoro.

L’agenda, però, comprende ben altro. “Mi fido di Nordio”, dice secca, prima ancora che le venga rivolta la domanda diretta. Alle richieste di dimissioni avanzate dal centrosinistra risponde con una sola frase: “A oggi escludo ipotesi di dimissioni”. La conferenza stampa diventa così il luogo in cui il governo decide di regolare i conti con una vicenda che ha già raggiunto il Quirinale: Sergio Mattarella ha chiesto che vengano acquisite maggiori informazioni sulla grazia concessa a Nicole Minetti, notizia emersa da un’inchiesta giornalistica e non da canali istituzionali.

Le procedure, i numeri, la difesa

Meloni sceglie la strada della spiegazione tecnica. Dice di aver appreso della vicenda dalla stampa, di aver chiesto conto al Guardasigilli, poi ricostruisce il flusso ordinario delle domande di grazia. “Dall’inizio di questo governo il ministero della Giustizia ha ricevuto 1241 domande di grazia”, afferma, precisando che ne sono state trasmesse alle procure generali 1045, dopo aver scartato quelle con vizi di forma.

Di queste migliaia, “tornano con parere favorevole poche decine”, e in quel caso il ministero “tende a confermare” il parere positivo, così come fa il presidente della Repubblica. Un meccanismo quasi automatico, nella rappresentazione offerta dalla premier. Che si affretta però ad aggiungere: “Non è il mio ruolo” entrare nel merito delle scelte del capo dello Stato. La conclusione è netta: “Questo provvedimento non ha seguito in niente un iter diverso, è stato portato avanti nel rispetto della legge e della prassi”.

Il nodo del fascicolo incompleto

Qui si apre la faglia più delicata. Meloni ammette che “sicuramente se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto”. Ma subito dopo sposta il fuoco: quel lavoro “non è un lavoro che fa il ministero”, che “non ha gli strumenti per operare indagini” e che quindi “difficilmente” poteva sapere “qualcosa che non sapeva la Procura generale”.

Mantovano, dalla sua parte, ribadisce che il fascicolo pervenuto a via Arenula lasciava “pochi margini alla valutazione del ministro” e che “non si tratta di scaricare la colpa su nessuno”. Rimane il fatto: la documentazione era incompleta. La Procura generale di Milano ha già attivato l’Interpol “facendo partire gli accertamenti su tutti gli aspetti emersi”. Accertamenti che la stessa premier dice di condividere.

L’opposizione non si ferma

Lo scudo costruito da Palazzo Chigi non basta al centrosinistra. Elly Schlein, segretaria del Pd, taglia corto: “Non mi stupisce che Meloni difenda il suo ministro, lo ha difeso anche sul gravissimo caso di Almasri”.

Il parallelo con la vicenda del generale libico è il principale strumento retorico dell’opposizione, che punta a costruire un filo rosso tra episodi distinti, accomunati dall’immagine di un esecutivo che protegge i propri membri dalle conseguenze politiche delle proprie azioni. La partita resta aperta: gli accertamenti dell’Interpol e l’istruttoria milanese potrebbero riportare in superficie elementi che né la conferenza stampa della premier né la linea di Mantovano sono ancora in grado di neutralizzare.